Come non dirlo: lo stato dell’arte.

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E’ stato nuovamente eletto Giorgio Napolitano al Quirinale ed è il primo presidente della repubblica italiana a fare il “bis”. Al sesto scrutinio, dopo giorni concitati e tesi, Napolitano ottiene 738 voti, superando così il quorum di 504 voti, frutto dell’ accordo, anzi, della vera e propria supplica nei suoi confronti, da parte di Lega, Pdl, Pd e Scelta civica (che in verità aveva inizialmente insistito sul nome di Anna Maria Cancellieri). 217 voti per Stefano Rodotà, sostenuto fortemente dal movimento 5 stelle a cui si sono nelle ultime ore sommati anche i voti di Sel.

L’altra notizia è che il PD si è definitivamente sfaldato; è imploso nelle sua stessa struttura, fatta di correnti, di vecchi e di nuovi; di logiche ancora legate alla “vecchia” politica ma, soprattutto macchinose, poco coraggiose e che spesso hanno portato all’avidità e al paternalismo. Come non dire che la segreteria del partito è riuscita a bruciare due candidati in due giorni (Marini e Prodi), palesando nuovamente le grosse differenze interne, le ipocrisie e gli anacronismi. Come non ammettere che ormai sono, da parte di questa struttura, tante, troppe le occasioni perse nelle quali si è avuta la possibilità di portare e proporre un cambiamento, spesso e volentieri rallentato di proposito. Come non dire che “ Quattro persone: Napolitano, Bersani, Berlusconi e Monti si sono incontrate in un salotto e hanno deciso di mantenere Napolitano al Quirinale, di nominare Amato presidente del Consiglio, di applicare come programma di Governo il documento dei dieci saggi di area pdl/pd che tra i suoi punti ha la mordacchia alla magistratura e il mantenimento del finanziamento pubblico ai partiti.”(Grillo).

Come non dire che ormai qualunque retorica non regge più; come la vecchia analisi secondo la quale il PD propone, con altre vesti, il classico dibattito fra massimalisti e riformisti ( al quale in Italia aggiungiamo la particolare figura dei “cattocomunisti”). Non regge perché in questo preciso momento storico nel nostro paese il principale scontro risulta essere quello generazionale o, comunque, lo scontro ideologico fra “vecchie” e “nuove” logiche. E le nuove logiche propongono soprattutto di portare fuori dai palazzi di potere coloro che hanno governato perlomeno negli ultimi vent’anni e che, con modalità clientelari, hanno portato il paese a non avere più un welfare e a concentrare la ricchezza nelle mani di pochissimi.

Ebbene, come non dire che Bersani è da almeno un mese che dice di voler concertare a tutti i costi con i Grillini, ma non è nel programma del PD abolire il finanziamento pubblico ai partiti e ai giornali, quindi una grossa fetta di popolo ne evidenzia la contraddizione. Un popolo, questo, in seno allo stesso PD o alla sua coalizione. Ma passa inascoltata l’ennesima richiesta di cambiamento, l’appello al voto per il professore e giurista Stefano Rodotà, stimato dalla società civile, persona il cui curriculum si commenta da solo, l’interprete vero della “storia delle sinistra italiana”; una brava persona avulsa dalle dinamiche unilaterali, speculative e mafioseggianti che i nostri palazzi di potere hanno dimostrato di conservare almeno negli ultimi vent’anni.

Nel frattempo Sel annuncia di “essere impegnata a ricostruire dalle fondamenta una nuova sinistradi governo”. Cosi’ Nichi Vendolaannuncia per l’8 maggio la convocazione “a Roma della primaassemblea di popolo per lanciare un nuovo percorso, un nuovo cantiere”, della sinistra dopo lo “schianto del Pd”. Si tratta di un nuovo partito che ha la non troppo celata ambizione di fare da calamita proprio nell’ala sinistra dei democratici. Il voto sul Quirinale apre così una frattura forse insanabile tra Pd e Sel e spinge anche Fabrizio Barca, neotesserato democratico, su una linea di confine.

E ancora, come non dire che sono in crisi (anche se per certi versi meno) le strutture caratterizzate dal pensiero unilaterale e dal capo carismatico; le nostre destre. Sempre più arroccate e padrone-dipendenti la Lega perde la metà degli elettori e il Pdl si stringe attorno a Berlusconi “ringhiando” ormai di fronte all’ipotesi di rimanere fuori dal concreto processo decisionale.

Come non dire che sindacati, anche quelli giovanili, si sono ritrovati a concentrare l’attenzione sulla paura del “fenomeno 5 stelle”, etichettandolo come incompetente e dando vita ad una vera e propria mobilitazione giornalistica contro Lombardi, Crimi e Beppe Grillo stesso, “reo” di aver occupato l’ habitus che prima era appunto occupato maggiormente dalla Cgil. Ora sono molti i sindacalisti, Landini in testa, ad invitare la gente a “non lasciare Grillo da solo”.

Come non parlare del fenomeno “Occupy” che oggi si traduce sempre di più nell’urgenza di occupare tutti gli spazi di democrazia al fine di dare veramente voce alla volontà di cambiamento di almeno 9 milioni di persone, delle tessere Pd bruciate, delle sedi di partito affollate di dissidenti, della distanza siderale dei rappresentanti del popolo dai suoi stessi bisogni.

Come non evidenziare il fatto che sarebbe il caso di cominciare a ragionare su un sistema di semipresidenzialismo alla francese, con elezione diretta da parte della popolazione del presidente della repubblica, dal momento che è sotto gli occhi di tutti che questo è ormai un soggetto politico a tutti gli effetti e spetta a lui solo in questo momento storico decidere delle sorti, non del paese in se, ma del sistema generale che si è rivelato troppe volte fallimentare. Ed è ancora più palese ora che il bipolarismo ha fallito e con lui il modello parlamentare sul quale si articolano molte democrazie occidentali. E tutto questo non costituisce più analisi: troppi precedenti, dunque è chiara e banale cronaca.

Come non dire infine che questo sistema, in questo paese, assomiglia sempre di più ad un “condominio di privilegiati” da amministrare gelosamente.

Salmè

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