Il divo Giulio.

toni servillo - andreotti IL DIVO

Il 6 maggio scorso Giulio Andreotti, uno degli esponenti più importanti della Democrazia cristiana è morto nella sua abitazione romana. Con i suoi sette mandati da Presidente del consiglio, la carica a senatore a vita e una carriera politica sempre in ascesa, è stato indiscutibilmente il “divo” della nostra storia politica, così come venne ribattezzato per la prima volta dal giornalista Mino Pecorelli. Il “divo Giulio”, figura politica controversa e emblematica, torna a stagliarsi nell’immaginario collettivo con il film di Paolo Sorrentino “Il divo, la spettacolare vita di Giulio Andreotti” uscito nel 2008 con un impeccabile Toni Servillo, nei panni del protagonista.

Il film si apre con una citazione che appare come un avvertimento: “Se non potete parlare bene di una persona, non parlatene” e Sorrentino di certo non rappresenta Andreotti solo per i suoi pregi, ma anzi mette in evidenza le zone d’ombra e il lato oscuro dell’esponente politico. Nell’opera cinematografica viene espresso tutto il senso della figura di Andreotti: buono o malvagio, simpatico o antipatico, colpevole o innocente l’Italia è Andreotti. Nella pellicola appare quasi sempre immobile, poiché è il divo di decenni di immobilismo della democrazia cristiana, che hanno visto la morte di Aldo Moro, la crescita del potere della P2, omicidi, falsi suicidi e addirittura stragi; ma lui è rimasto sempre a galla ed è uscito indenne anche da Tangentopoli, ecco perché, come sottolinea il titolo “La spettacolare vita di Giulio Andreotti”. Nella prima parte del film, l’impronta stilistica di Sorrentino e le musiche rock coordinate dal compositore Teho Teardo, fanno da contrappunto ai movimenti estremamente lenti del divo, ai suoi silenzi e al suo fingere di non essere il protagonista, preferendo giocare con i dialoghi e lasciando volutamente un velo di ambiguità su quelli che sono i retroscena. Il personaggio andreottiano viene delineato con una precisione quasi sconvolgente per aderenza alla realtà, anche grazie alla magistrale interpretazione di Toni Servillo, la cui somiglianza nei primi minuti è impressionante. Il film narra un periodo in particolare della vita di Giulio Andreotti, dal 1991 al 1993, a cavallo tra la presentazione del VII Governo Andreotti e l’inizio del maxiprocesso di Palermo per collusione con la mafia. “Guerre puniche a parte, nella mia vita mi hanno accusato di tutto quello che è successo in Italia”, battuta emblematica del film pronunciata realmente dall’ex senatore a vita. La pellicola inizia con una carrellata lunghissima di omicidi o presunti suicidi (Moro, Dalla Chiesa, Pecorelli, Falcone, Calvi, Sindona e Ambrosoli) scandita dalla canzone Toop toop dei Cassius. Nell’aprile del 1991 Andreotti costituisce il settimo governo da lui presieduto, ultimo passo prima della probabile elezione a Presidente della Repubblica; dopo meno di due anni però lo scenario è completamente diverso: l’esplosione dello scandalo Tangentopoli, la strage di Capaci, l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale e l’arresto di Totò Riina. Andreotti ora non è più in auge, ma non vuole nemmeno desistere: le dichiarazioni dei pentiti non bastano e in tribunale non verrà riconosciuta l’associazione mafiosa, diversa l’associazione a delinquere che cadrà in prescrizione. In questa seconda parte della pellicola, il nostro divo appare come in balia degli eventi: il crollo generale (della D.c., della corrente andreottiana, l’arresto di Riina) che sembra preludere ad un crollo finale quasi apocalittico, detta ora il ritmo della narrazione, dove al centro si pone lui, lo stesso uomo della nascita della Repubblica, di cinquant’anni prima, di sempre: il divo.

Sembra che Giulio Andreotti abbia visto il film in anteprima in una proiezione privata e che abbia pronunciato queste parole: “E’ molto cattivo, è una mascalzonata, direi. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto”. Sono molte le zone d’ombra evocate nel film e un personaggio del genere non poteva non destare forti polemiche anche nel commemorarlo: “Protagonista della democrazia italiana, ininterrottamente presente nelle istituzioni, con lui se ne va un attore di primissimo piano di oltre sessant’anni di vita pubblica nazionale”, scrive il presidente del Consiglio Enrico Letta, nell’esprimere alla famiglia Andreotti le sentite condoglianze di tutto il governo, mentre Napolitano (un tempo suo avversario politico), dichiara: “Giudicherà la storia”. Invece Umberto Ambrosoli proprio non ce l’ha fatta e mentre il consiglio regionale della Lombardia commemorava Andreotti, è uscito dall’aula: non ha voluto partecipare alla cerimonia e al minuto di silenzio per ricordare l’uomo politico più discusso della politica italiana. Tutti i consiglieri hanno ascoltato il discorso del presidente Raffaello Cattaneo, ma non Umberto, figlio di Giorgio, il commissario liquidatore della Banca privata italiana, assassinato nel 1979 dai sicari di Sindona. “Ho una storia personale che si mischia coi lati oscuri di quella di Andreotti, ma non è il caso di fare polemiche: è giusto che le istituzioni ricordino gli uomini delle istituzioni, ma chi ne fa parte faccia i conti con la propria coscienza”, ha detto ai giornalisti Ambrosoli, aggiungendo: “E’ comprensibile che in occasione della morte di persone che hanno ricoperto ruoli istituzionali di primo piano le istituzioni le commemorino. Ma le istituzioni sono fatte di persone, ed è legittimo che queste facciano i conti con il significato delle storie personali”.

Michela Silenzi

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