1961, “IL MANTENUTO”, Ugo Tognazzi, Marisa Merlini: la nostra recensione.

il_mantenuto

1961. Tognazzi esordisce nella regia proprio agli inizi degli anni Sessanta: è il periodo del boom economico, forse il decennio più stravolto e moralmente più deplorevole del dopoguerra. L’Italia rincorre il benessere ad ogni costo e senza alcuna remora: ciò darà ampia materia agli autori di commedia per dare il meglio di sé nel ritrarre il peggio dell’italiano medio. I protagonisti de Il mantenuto hanno in comune l’insoddisfazione per la propria condizione sociale: Tognazzi è un impiegato di modestissime attitudini, che dimostra verso le macchine da scrivere e le calcolatrici un po’ d’impaccio. Con le ragazze si spaccia da direttore e cova segreti desideri di arrivismo. Vive nell’elegante quartiere di Roma Coppedé, ma confinato in un sottoscala. E’ inquilino di una vedova molto consolabile (Marisa Merlini), della quale alla fine del film diventerà il mantenuto a cui si fa riferimento nel titolo.

Quando facciamo la sua conoscenza, invece, è intento a corteggiare le due giovani protagoniste femminili. Ilaria Occhini è una ragazza di provincia (vive a Ronciglione, alle porte di Roma) che si spaccia per infermiera ma in realtà si prostituisce per arricchirsi rapidamente. Le due attività hanno del resto una comune rilevanza sociale: «Il tuo, più che un lavoro è una missione», si dice in una battuta del film, giocando volutamente sul doppio senso. La ragazza non ha uno sfruttatore che la costringa, né alcun lacrimoso alibi dietro il quale giustificarsi: semplicemente si vende perché, sono parole sue, «è il lavoro più facile che ci sia». All’epoca le prostitute si chiamavano ancora passeggiatrici e questo ha suggerito forse a Tognazzi la curiosa e graziosa sequenza iniziale del film, nella quale seguiamo le gambe della ragazza per le strade del paese, sul trenino che la porta in città e via via fino ai vialoni della capitale dove batte il marciapiede. L’altra protagonista femminile (Margarete Robsahm) è invece un’emigrata del nord che non fa mistero delle sue ambizioni di carriera: lavora come segretaria di un industriale farmaceutico e non esita ad accettare la sua corte e i suoi regali pur di soddisfare le proprio ambizioni di scalata sociale: finirà per entrare in un giro di prostituzione di alto bordo nascosto dietro l’attività di un istituto di bellezza. Ma torniamo alla Occhini che, come umile prostituta da strada, ha messo da parte novecentocinquantamila lire, ossia il doppio, come spiega il personaggio di Tognazzi, di quanto lui guadagni in un anno come impiegato. Obiettivo di tali risparmi è l’acquisto di un’automobile, che all’epoca appare ancora saldamente in cima ai simboli della scalata sociale. Oltre che come status symbol, la macchina si dimostra una fondamentale risorsa nelle questioni amorose: in una delle sequenze più divertenti del film, un temporalone estivo si abbatte sulla pineta di Ostia e il luogo, che sembrava deserto, si rivela improvvisamente popolato di coppiette nascoste dietro i cespugli che schizzano fuori per scampare all’acquazzone. Tutte tranne una coppia di privilegiati al riparo nella loro Seicento. Amore e benessere, amore e denaro: una società disposta a prostituire i sentimenti ai consumi. È questo il tema centrale del film, che lo affronta con un umorismo cinico e un po’ dolente e un taglio morale moderno e privo di retorica. Inoltre, la sceneggiatura del film porta molte firme: oltre allo stesso Tognazzi, hanno collaborato Luciano Salce e Castellano e Pipolo. A guidare la cordata degli sceneggiatori, due navigati umoristi della vecchia guardia: Scarnicci e Tarabusi. Sono tutti autori di cosiddetto spettacolo leggero, lontani da ambizioni estetiche o ideologiche: eppure il copione conta qualche frecciata politica e azzarda un parallelo tra sfruttamento della prostituzione e del lavoro: «Il vero mantenuto è lei, signor presidente» proclama, ma solo nella sua fantasia, Tognazzi al suo padrone, «mantenuto dai suoi operai e dai suoi impiegati». Insomma, il lavoro come prostituzione sociale. La prima cosa che comunque colpisce è la ricchezza di gag: le persone inquadrate all’inizio (quando Daniela, ovvero Ilaria Occhini, pendolarizza verso Roma per iniziare la sua vita di peripatetica) dalla cinta in giù; l’approccio con le ginocchia che un viaggiatore accorto le riserva; lei che viceversa cerca di stuzzicare con una gamba un altro viaggiatore, che poi è monsignore; infine l’avvio verso il luogo di lavoro straordinario, coronato dalla comparsata del socio Raimondo Vianello, cliente falso timido di prostitute, e da una carrellata notturna sul viale delle prostitute, semplicemente ispirata a Le notti di Cabiria (1952, Federico Fellini). Sfilano i titoli di testa, ed è un’altra sorpresa: quando finalmente si annuncia «regia di…» v’è una breve sospensione prima che la cinepresa mostri l’amato e servizievole cane lupo del protagonista, Adolfo ( «deve essere stato proprietà di un ebreo» preciserà il protagonista in seguito) che finalmente è autorizzato ad orinare contro un albero e sull’immagine compare la scritta «Ugo Tognazzi».

Le gag continuano. Le operaie della Farmaeuropa, ove il nostro è semplice impiegato contabile, pronunciano al suo passaggio «Buongiorno, signor direttore!» ma non si riferiscono a lui bensì a un ometto non inquadrato (battezzato Bagonghi dal nostro), tanto più che i saluti rivolti dal protagonista ai colleghi non ottengono nemmeno risposta. La serie di gag si conclude con l’incarico di compilare un resoconto mensile: una calcolatrice che impazzisce sulle note del preludio del Guglielmo Tell; un computo a mano che viene inesorabilmente interrotto o frastornato da numeri pronunciati a caso dai colleghi; un ventilatore che aspira i fogli degli appunti e li trasforma in coriandoli. Forse queste sono situazioni che il nostro Ugo ha già vissuto quando era impiegato al salumificio Negroni. Nel corso del film, tuttavia, qualche altra gag si manifesta: il braccio di ferro che conduce alla morte il già agonizzante marito della Merlini; la rapida trasformazione da tenuta sportiva ad abito di circostanza per partecipare al funerale del suddetto; il rifugio amoroso nella pineta di Ostia dai cui anfratti, causa nubifragio, fuggono decine di coppiette; l’aggregazione a musicanti di strada per tentare di sfuggire all’agguato ai veri magnaccia. V’è anche un po’ di misoginia: va a finire che la prostituta si trasforma in fortunata taxi girl, che la ex segretaria accede per le sue prestazioni all’equivoco salone di bellezza, che la vedova – ultima spiaggia – si rivela gelosa e possessiva. Del resto il supposto mantenuto – tale secondo i rivali in mestiere o le forza dell’ordine – finisce con il diventare (come spettegolano due anziane clienti) il vero mantenuto della vedova, proprietaria del supermercato dove lui assume «un posto di grande responsabilità». Ma in realtà il nostro eroe finisce sugli scaffali, in una conclusione imperniata di sarcasmo nero.

Michela Silenzi

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