Mio padre aveva ragione.

 

Manifesto (olio su tavola)

L’immagine è una riproduzione di “Manifesto” (olio su tavola) di Corrado Vittorio.

Come ogni sera, per non aspettarsi nulla, scendeva le scale con passi calmi e pensieri fissi.
Pensava che assumendo un punto di vista pessimista e pronto ad ogni sfortuna quotidiana, le eventualità negative sarebbero state affrontate meglio. Quasi come una terapia si fissava a delle paranoie, per non illudersi che tutto potesse scorrere liscio anche solo per una sera.

Funzionava.

Ciò che non andava era la struttura, il punto di vista, l’umore, la vita in sé e i suoi miliardi ed opportunistici sensi. Il senso unilaterale era per Gianni, una via di fuga, di autotutela, un mondo facile e rassicurante.
Ciò che non poteva essere accettato, nei momenti di scarso autocontrollo rispetto a questo, era la rassegnazione; non tanto ad una vita umile, difficile e di sacrificio, non tanto per la dispensa e la pancia vuota, ma per la paura.
Rassegnarsi ad avere paura al fine del maggior senso di sicurezza di qualcun’ altro era per Gianni una violenza inaccettabile, invisibile e difficile da descrivere ad altri. Accettare quindi, una vita senza interlocutori, sarebbe stato peggio del carcere. Peggio del carcere c’è solo la tortura, perchè la morte per molti e per molto meno, determina sollievo.
Quando poi la paura è molta le soluzioni si riducono a due, e sono tantissime; o attacchi o scappi.
Gianni era un uomo d’attacco, irriverente e coraggioso e anche il suo aspetto, per gli amanti degli stereotipi, gli dava ragione. Ma per attaccare c’è sempre bisogno della volontà, alimentata da una grossa dose di rabbia. Fu infatti la rabbia a portarlo in mille posti nella sua pur giovane vita, a permettergli di cambiare la sua stessa vita una decina di volte, ad interpretare milioni di ruoli, ad essere uno nessuno o centomila; in sostanza a permettergli di sopravvivere.
Intuitivamente, saltando tutti i giusti passaggi logici, la notte rappresentava per lui il silenzio dove poter far giocare le ultime analisi. La sua condizione, il significato delle parole, la sconcertante prevedibilità dei gruppi di persone, il comportamento umano di chi il comportamento umano vuole controllare e, non ultima, la fame, gli offrivano i dolorosi spunti.
Precariamente trascinava i pensieri a tempo con i passi disegnando una metrica sicura, antitetica e titanica, che, anche solo per il tempo di una canzone, poteva annichilire la sua condizione.
Un’illuminazione ogni tanto, insegnando coreografie ai lampioni, poteva consolarlo e fornirgli armi nuove rappresentate dalla consapevolezza. La somma poi della rabbia e della consapevolezza, in questo hic et nunc, danno l’odio.
Infatti quando sei precario è di finire la rabbia che hai paura, non tanto di finire il poco denaro.
Tutte le ore di insonnia sono dedicate a proiettarsi nel momento esatto in cui si finirà la propria rabbia per la stupida ed onanistica curiosità di immaginarsi, sconvolti e disarmati, di fronte all’unica cosa che non deve accadere.
Si è poi precario nel senso dello spazio sociale che si occupa limitatamente all’omologo accanto con cui non bisogna parlare, e si è precario in senso psicologico perchè le paure sono del tutto rivolte alla fine delle scorte.
E le scorte, per chi è fuori, sono importanti.
Nel caso in cui le scorte fossero rappresentate dalla spinta e dall’impulso a non arrendersi, alimentate dalla rabbia, è ovvio che di questa bisogna far tesoro per sopravvivere.

Odiare, per il precario, non è solo un sano esercizio di democrazia, bensì l’unica arma contro una morte prematura in vita.

Smirne

 

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