“Siamo delle crapule romanzesche”. Uso e consumo dell’uomo politico contemporaneo.

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Analisi dei metodi e delle tecniche delle campagne elettorali contemporanee. La politica nell’era del Narrative Turn.

Non è un caso che in campo mediatico, negli ultimi trent’anni, siano nate professioni specifiche come lo spin doctor o il ghost writer, responsabili della narrazione di un personaggio politico.

Ciò è avvenuto contestualmente alla rottamazione dei marchi (che a loro volta rottamarono i prodotti) intorno alla metà degli anni 90′.

Con l’espansione e la specializzazione di internet, infatti, sono stati in molti fra intellettuali, critici letterari e saggisti, a sdoganare una nuova era; quella del Narrative Turn. Fra il coacervo di ‘post modernismi’ di varia matrice, la critica letteraria Carla Benedetti e il saggista Christian Salmon individuano per la prima volta le connotazioni specifiche dell’epoca in cui viviamo.

E’, ovvero, il romanzo, il racconto come veicolo principe di informazioni e forma artistica e linguistica che, utilizzando il vettore mediatico ha definitivamente invaso almeno due campi strutturali della società; il campo economico e il campo politico.

Ed è nel campo politico che osserviamo meglio cause ed effetti di queste nuove (ma vecchie!) forme, strumentali ovviamente alla propaganda di ogni matrice, utilizzate al fine di mantenere il più possibile a lungo l’attenzione dei fruitori, anche se il dispositivo dell’attenzione è rimasto pressappoco lo stesso dal secondo dopoguerra ad oggi.

In molti ricorderanno ‘Ashley Story; una famiglia dell11 settembre’, lo spot che, nel 2004, si guadagnò il titolo di spot elettorale più costoso nella storia americana.

In ‘Ashley Story’ oltre all’uso magistrale dei mezzi artistici (inquadrature, fotografia, recitazione) è la sceneggiatura a fare la differenza: “Il Presidente (Bush junior, ndr), figura centrale del racconto, non dice nulla” spiega Salmon, aggiungendo che: “è tutto serenità e bontà. Mediatore di una sorta di miracolo, è presente solo attraverso le testimonianze che riportano le sue grandi gesta e i suoi discorsi, come nelle vite dei santi o nella narrazione evangelica.

L’allora spin doctor di Bush jr., Karl Rove, scrisse banalmente questo copione: un uomo rimasto vedovo a causa dell’11 settembre, rivolgendosi direttamente alla telecamera, racconta la sua disgrazia personale, in compagnia delle sue figlie di circa dieci anni. Una di queste, la maggiore, è Ashley, entusiasta perché in occasione della visita di George W.Bush a Lebanon assieme al padre, riceve inaspettatamente le attenzioni del Presidente che le si rivolge direttamente: “So che è dura, come stai?” dice Bush alla bambina. Ashley mostra la foto del Presidente che la prende in braccio, sottolineando che: “ (Bush, ndr) è l’uomo più potente del mondo e vuole essere sicur che io stia bene, che per me sia tutto ok”. Poi sullo sfondo appare la prima pagina di un giornale: “Bush consola la figlia di una vittima dell’11 settembre. E’ ciò che voglio vedere ne cuore e nell’anima di un uomo che occupa le più alte cariche del nostro paese”.

Secondo autorevoli intellettuali e professori universitari come Susan Allen, dell’università del Maryland: “L’efficacia di questa operazione è stata riconosciuta dagli analisti e dai sostenitori di entrambi i partiti, un esempio di comunicazione politica eccezionale”.

Il successo di questo metodo di propaganda, imperniato sulla sceneggiatura e sulla recitazione, non è sfuggito nemmeno ai democratici francesi.

Abbiamo visto François Hollande gettarsi come un bambino tra le braccia della folla, e l’abbiamo sorpreso fintamente titubante accanto alla Merkel. La sera del 6 maggio 2012, dopo l’annuncio della vittoria del candidato socialista francese, il canale France2 mise a punto una performance televisiva eccezionale, dal punto di vista degli effetti reali della narrazione sugli astanti: in diretta il figlio di Hollande riceveva una telefonata dal padre sotto lo sguardo amorevole della madre, Segòléne Royale, ex candidata nel 2007 ospite in studio. Questa sincronizzazione, collegava le elezioni del 2007 con quelle del 2012 creando la storia di una famiglia leggendaria.

Per non parlare della ‘strategia Obama’ che ha definitivamente consacrato non solo il carattere narrativo delle campagne elettorali, ma soprattutto la sua matrice performativa. La convention nazionale di Denver del 2008 decisa dal Partito Democratico americano (ma soprattutto dai consiglieri di Obama) presso lo stadio locale, è stata il teatro di un nuovo genere di performace narrativa: l’evento fu ai confini col classico concerto rock, la manifestazione religiosa e l’incontro sportivo. Migliaia di persone si accalcavano nelle tribune al grido di “Si puede, yes we can” perfettamente coordinate, così come i loro smartphone nell’immortalare l’evento. Squadre di tecnici e macchinisti lavorarono venticinquemila ore per costruire una scena immensa, concepita dagli stessi designer degli spettacoli di Britney Spears. Tre schermi giganti proiettavano a specchio i reportage girati durante la convention e le agenzie di stampa calcolarono più trentamila chiamate telefoniche effettuate e migliaia di sms inviati.

Da questi pochi esempi è ovvio ciò che hanno creato gli esperti di comunicazione dei più importanti politici al mondo non sono nient’altro che delle comunità immaginate, del tutto distanti dai, per esempio, noiosi report dei bravi sindacalisti. La differenza percepita, infatti, è quella che passa tra l’assistere e partecipare ad una storia, e ascoltare passivamente una litania. Non c’è bisogno di approfondite ricerche per dedurre che l’attenzione del fruitore medio è giocoforza più stimolata da una ‘fiction interattiva’ piuttosto che dalla fredda (ma utile) analisi dello stato dell’arte di questa o quella vertenza.

Siamo delle crapule romanzesche” scriveva Pierre Michon a proposito dei lettori; oggi possiamo dire la stessa cosa degli elettori. “Fingiamo di interessarci alla crisi, al debito, alla disoccupazione, quando siamo assetati di storie, di eroi e di cattivi” puntualizza invece Salmon in uno dei suoi più celebri saggi, ‘La politica nell’era dello storytelling’, assumendo che: “ […] seguiamo le campagne come una successione di episodi intriganti, un reality show permanente di cui i sondaggi misurano il successo. Esigiamo suspence e colpi di scena, rivendicando la nostra dose di emozione”.

Va da sé che, così facendo, non facciamo altro, in ultima analisi, che consumare i nostri presidenti e gettarli dopo l’uso. E’ evidente anche in Italia, alla luce dei risultati elettorali contraddittori a cui abbiamo assistito negli ultimi venticinque anni: più che della nostra fiducia, i politici, paiono dover lottare per mostrarsi degni della nostra attenzione.

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