Zugzwang: obbligati a muovere.

Nella serata del 2 ottobre scorso, in occasione del tredicesimo anniversario della ciclofficina popolare Don Chisciotte, presso il Csoa Exsnia, è andata in scena l’undicesima performance del gruppo di giovani poeti metropolitani. Un nuova visione apocalittica della società urbana, violentemente accompagnata verso la sua definitiva sconfitta, prelude giocoforza ad un nuovo inizio artistico, politico e culturale.

regicidio

Tre giovani poeti urbani, Guido Casadei, Andrea Procaccino e Daniele Giuliani, accompagnati dalle musiche di Riccardo Anzalone, sono gli Zugzwang, che rappresentano e incarnano la sua metafora.

Lo Zugzwang, precisamente, è una parola tedesca che indica una situazione scacchistica, in cui chi ha l’iniziativa, cosa che normalmente rappresenterebbe un vantaggio, ha a disposizione solo mosse sfavorevoli, che lo portano a perdere pezzi o la partita.

Zugzwang è quindi l’obbligo a muovere in una situazione senza scampo. L’analogia riguarda banalmente la vita e la condizione umana decadente contemporanea, che nei paesaggi suburbani si accentua diventando frenetica e liquida, fino alla perdita del senso. “La vita umana in genere è oggi piena di finte scelte che portano ad esiti disastrosi” ci dicono, aggiungendo che: ”noi accettiamo l’ineluttabilità di questa condizione, la assumiamo, la innerviamo nei nostri lavori e così facendo tentiamo di riscattarci dal destino di frustrazione contenuto in una vita fatta di scelte che hanno sempre il retrogusto della réclame”.

regicidio-2E allora la Capitale diventa “colla sopra il volto” a fissare “nuove maschere per fughe a perdifiato”. I personaggi, reietti, dimenticati, anacoreti 2.0, fini ciarlatani che mentono costretti dai modelli sociali odierni fino a credere pacificamente alle loro stesse bugie raccontate per sopravvivenza, diventano invisibili, “ogm di sé stessi per orgasmi cibernetici”.

Ancora; tutto si mischia, si accoda immobile destinato ad un unico movimento prevedibile e conformista, ansioso e mai contrario come un “sottoproletariato bestiale, formiche metropolitane in zona maghrebina su autobus di periferia ad un semaforo rosso”. Sparisce il crepuscolo nei loro scenari, tutto è sincretico ma omogeneo in una perenne, per l’appunto, opera di omologazione avvolta in una “tossica nebbia boreale. E non si riesce ad urlare: la disperazione è stata censurata!”. Non c’è nemmeno uno sfondo durante le loro “sbronze slave in sobborghi balcanici dove mercanti indiane vendono polvere gialla per sbiancare negri”, tutto è centrale e robotico anche se antropomorfo.

In questo non luogo sono le musiche di Riccardo Anzalone a creare le giuste atmosfere sulfuree ed evocare scenari distopici; qui “non si può sognare, la speranza è soffocata, c’è solo fetore e puzza tutto intorno”. Ma non c’è spazio, paradossalmente, per la tristezza o per una facile autocommiserazione: “Con Zugzwang accettiamo lo svantaggio e anche l’immobilità delle nostre esistenze, a patto di farle esplodere in una pirotecnica sconfitta collettiva. Sconfitta sempre inedita, base imprescindibile per nuovi inizi” sottolinea Andrea Procaccino. Appare peraltro palese la sovrapposizione tra campo politico ed artistico quando gli Zugzwang ci raccontano che: “Zugzwang è un soggetto politico. Essendoci trovati a calpestare le vie delle nostre esistenze sulle strade asfaltate di una metropoli, Roma, e non essendo stati capaci di attraversarla solo di passaggio, ci siamo trovati ad innervare le nostre stesse vite sugli ingranaggi di quell’anima meccanica che è la metropoli”e vogliono specificare: “Ci siamo anche abbrutiti con essa ma pensiamo che riemergendo poi come una sorta di testimoni, con quello che rappresentiamo sul palco vorremmo, cristallizzare in un’ immagine politica quel groviglio di contraddizioni tremende e meravigliose che si celano dietro la perversione delle strade che ogni giorno solchiamo. Vogliamo illuminare insomma, come il sole che sorge sulla Casilina, quel qualcosa che, nascosto dalle sopraelevate, troppo spesso sfugge alla vista di chi le attraversa” hanno poi concluso.

Tante ed eterogenee sono poi le influenze individuali che sdoganano fino in fondo una20161002_221847 forma artistica a cavallo fra il reading e il teatro puro: “I miei riferimenti musicali sono tra i più vari, non penso a qualcosa di preciso cui ispirarmi. Attingo al bagaglio culturale che gli anni e le persone hanno riempito, sia essa la classica chitarristica spagnola di fine ‘800 che la scena rave degli anni’90. Non so distinguere e non penso nemmeno ce ne sia troppo bisogno” chiosa il musicista del gruppo Riccardo Anzalone, mentre per Daniele Giuliani è imprescindibile “sia la voce salmodiante di Giovanni Lindo Ferretti o la nenia malinconica di Claudio Lolli, sia Allen Ginsberg e la poliedrica solitudine visionaria di Fernando Pessoa”.

Insomma Zugzwang è tra gli esperimenti artistici più interessanti e contaminati che possa oggi offrire la controcultura romana, e per esso, come dice Guido Casadei: “La follia è una cosa seria, molti ne hanno fatto un’ arte anche senza essere artisti

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