E’ la fine dei Guru.

Brexit, Trump, l’affermazione dei populismi di varia matrice, la vittoria del No al Referendum Costituzionale e le dimissioni  di Renzi. Un filo rosso che ci mostra il fallimento della comunicazione politica  neoliberista imperniata su storytelling e alti investimenti economici.

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Con la vittoria del fronte del No al referendum costituzionale sembra essere definitivamente chiusa l’epoca dei guru della comunicazione politica e delle campagne elettorali ad alto budget.
Peraltro la Brexit, l’affermazione in generale dei movimenti populisti in tutta Europa e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti avevano già palesato una tendenza che oggi è sempre più un dato di fatto in campo politico.

In Italia il primo fallimento clamoroso dei grandi manager dello storytelling dei grandi spin doctor lo decretò l’insuccesso elettorale di Mario Monti alle elezioni del 2013, dove il lavoro di David Axelrod, l’architetto dei successi elettorali di Obama, risultò inutile e a tratti maldestro. Inutile dire che questi professionisti costano, e costa molto anche la loro strategia basata su un alto budget investito per lo più sul tentativo di attirare i media e manipolarli mediante la creazione perenne di storie da fornire loro. Questa attività implica anche la costruzione continua di un personaggio e di una scenografia/contesto (vedi le grandi kermesse politiche che somigliano sempre più a dei concerti pop).

L’ingaggio da capogiro, circa 400mila euro, di Jim Messina, ex consulente di Obama, Rajoy e Cameron (chemessina fece la stessa fine di Renzi), reclutato dal Pd per la campagna referendaria persa male, dà da solo la misura di quanto, il gap tra politica e cittadino si aggravi in maniera direttamente proporzionale al peso delle tecniche importate dal campo economico/finanziario sulle campagne elettorali. O se volete, banalmente, la forza del denaro in epoca post materialista incide sempre meno sugli esiti elettorali.

Sempre in riferimento alla campagna referendaria per il Si, secondo un’interrogazione di Sinistra Italiana, il Partito Democratico avrebbe speso circa 10 milioni di euro. I comitati del No invece circa 300.000 euro. Solo le lettere inviate ai circa 4 milioni di italiani iscritti nelle liste elettorali all’estero sarebbero costate al Pd circa un milione di euro. Questo secondo una ricostruzione fatta dagli interroganti, che hanno calcolato “le tariffe reperibili sul sito di Poste Italiane e di altri operatori italiani ed esteri” e le spese di stampa dell’opuscolo.

Altri 2,7 milioni di euro, continua l’interrogazione, sarebbero stati investiti dal Pd e dai gruppi parlamentari Dem di Camera e Senato per consulenze, produzione e diffusione di mezzi di propaganda a favore del ‘Comitato Basta un Sì’. Cifre raccolte, così si legge, “dalle notizie di stampa e da dichiarazioni rese da esponenti del Partito democratico”. La voce più importante, però, riguarda i depliant che Matteo Renzi aveva annunciato di voler inviare a tutti gli italiani. Circa 26 milioni di famiglie, il cui costo, secondo una stima approssimativa sempre elaborata dagli interroganti, ammonterebbe ad un importo non inferiore ai 6.500.000 di euro.

Il comitato per il No presieduto dal professor Alessandro Pace ha investito 300mila euro al massimo, “frutto di donazioni private, quasi tutte da 5 fino a 100 euro” dice Antonello Falomi tesoriere del comitato.

Il Movimento Cinque Stelle ha investito più o meno la stessa cifra, 300mila euro. Una parte dei fondi è arrivata dai gruppi parlamentari grillini, ma la maggior parte sono il frutto di donazioni e piccoli finanziamenti privati. “Circa 50mila euro sono serviti per stampare volantini e manifesti”, racconta il deputato Andrea Cecconi, presidente del gruppo pentastellato. La Lega nord avrebbe investito, invece, ancora meno: circa 200.000 euro hanno fatto sapere da via Bellerio.

Un quadro questo in linea con la situazione anche degli Usa, dove l’affermazione di Trump ci diceva già che è possibile ottenere una visibilità straordinaria allocando un budget ben inferiore a quello degli avversari che potevano contare su uno staff di comunicazione ben più strutturato. La campagna della Clinton, organizzata guarda caso ancora una volta da Jim Messina, secondo il resoconto pubblicato a fine ottobre dalla Commissione Federale per le Elezioni sarebbe costata circa 83 milioni di dollari mentre Trump si sarebbe fermato a soli 70 milioni.
Un’altra differenza è sicuramente il numero delle persone sui libri paga: la candidata democratica avrebbe pagato 800 persone contro i soli 350 impiegati e consulenti di Trump.

trumpMa la cosa interessante è che mentre la Clinton ha investito la maggior parte delle sue risorse per aggiudicarsi canali mediatici mainstream (giornali, televisione) per il suo racconto, Trump ha puntato tutto sulla pubblicità low cost del 2.0 sfruttando magistralmente i social, creato spesso un clamore premeditato mediante dichiarazioni in 140 caratteri su twitter al solo scopo di scalare la catena mediatica e attrarre per magnetismo i media su di sé. E per fare ciò è risultato strategico più dinamico della Clinton anche sui social; un tweet della Clinton prima di essere pubblicato doveva essere approvato da molti membri dello staff, Trump invece è stato ‘senza filtri’ in tutti i sensi al fine di trarne vantaggio. Un vantaggio a costo zero.

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