Il partito liquido: massimo impatto, istantanea obsolescenza

Scienza e tecnica della comunicazione politica neoliberista. Trump e Berlusconi: i punti di contatto.

481619_495923520429862_2066806288_n

In Italia con la fine della Prima Repubblica si è assistito anche alla fine dei vecchi partiti ideologici. Solo la Lega Nord non cambiò il proprio nome. Con Berlusconi, dal 1994, abbiamo registrato lo sdoganamento definitivo, anche nel nostro Paese, del concetto di impresa applicato ai partiti. La svolta aziendalista e liberista del noto imprenditore, con il suo lungo governo interrotto solo a tratti, venne elevato a paradigma e tutti i soggetti in campo si adeguarono in qualche modo ai nuovi metodi propugnati prima da Forza Italia e poi dal Popolo della Libertà.

Protagonista indiscussa di questo cambiamento fu la comunicazione. Il Cavaliere oltre ad avere il controllo delle tre maggiori emittenti televisive commerciali poteva contare su un apparato aziendale di prim’ordine composto da professionisti del marketing e della comunicazione. L’approccio improntato sulla customer satisfation trovava del tutto impreparata la sinistra, che oltre a non disporre dei capitali di Berlusconi, faceva leva su un know how obsoleto.

Dice infatti Carlo A. Marletti1:

L’idea che i suoi dirigenti (della sinistra, ndr) si facevano della conduzione di una campagna politica in una democrazia mediatizzata era del tutto arcaica. Si prenda per esempio un problema ben conosciuto nel marketing: la funzione cognitiva che ha la marca aziendale per i consumatori, e che in politica è rappresentata dai simboli dei partiti. A quanto si dice, Occhetto, allora segretario del Pds, una volta raccontò tutto orgoglioso che il disegno della quercia con cui fu sostituito il simbolo storico del Pci, la bandiera rossa con la falce e il martello sopra quella tricolore, se l’era fatto lui stesso in casa con l’aiuto di qualche compagno. […] Il nome del nuovo partito del Cavaliere fu invece scelto dopo attente indagini. ‘Forza Italia’ era uno slogan che qualche tempo prima era stato lanciato in una campagna elettorale della Dc, e poi ripreso anche da altri che garantiva un alto gradimento popolare, testato attraverso sondaggi e focus group.

Tirava dunque anche in Italia, sebbene leggermente in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati, un’aria neoliberista. Assistevamo banalmente alla stessa dinamica descritta in precedenza, quella del passaggio dal prodotto al marchio o brand in campo politico. Più in generale Michele Sorice sostiene che2:

Nella tradizione recente del marketing politico, si possono individuare tre dinamiche principali da parte dei partiti e dei candidati politici. La prima è quella che possiamo definire come ‘orientata al prodotto’: in questo caso essa si configura come l’offerta di un’ideologia (o di un programma) all’elettore; la seconda si potrebbe indicare come ‘orientata alla vendita’ e consiste nella promozione delle idee del partito presso i potenziali elettori; la terza infine può essere definita come ‘orientata al mercato’: in questo caso il candidato (o il partito) segue ed adotta le posizioni ideologiche della maggioranza degli elettori.

La politica orientata al prodotto è quella più tradizionale, in cui la dimensione ideologica assume un valore molto elevato e in ugual modo in quella orientata alla vendita il punto di partenza può essere rappresentato dall’ideologia. Siamo invece, a partire dalla ‘discesa in campo’ politico di Silvio Berlusconi, all’interno di una fase di politica orientata al mercato che peraltro, come abbiamo argomentato, presenta diverse e mutevoli sfaccettature. Una politica orientata al mercato va alla ricerca dei bisogni dei singoli cittadini per cercare di offrire risposte personalizzate o, meglio, apparentemente tali3.

In questa logica il vettore della comunicazione diventa a vario titolo propaganda. Emblematico in questo senso fu il duello televisivo su Canale5 del marzo 1994 tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto organizzato dalla trasmissione ‘Braccio di Ferro’ condotta da Enrico Mentana.

Fu la prima campagna nazionale strutturata sul bipolarismo, quella del 1994; la prima della Seconda Repubblica. E perciò anche imperniata sulla dicotomia nuovo/obsoleto. “L’idea del confronto televisivo tra Berlusconi e Occhetto è maggiormente debitrice verso la tradizione politica e culturale americana, che vede in tutta la sua storia, ben dodici occasioni di confronto televisivo” scriveva Christian Raimo, aggiungendo che: “Ma il sistema politico italiano non si lascia scoraggiare dalla mancanza di tradizione del genere politico-televisivo. Dietro le quinte del cosiddetto ‘duello dell’anno’, infatti, lavorano per settimane almeno un centinaio di persone, tra esperti di comunicazione televisiva al servizio di Berlusconi e vecchi professionisti della politica che allenano Occhetto allo ‘scontro fuori casa’4.

Ebbene “gli esperti di comunicazione televisiva” al soldo di Berlusconi, unitamente al fatto che il Cavaliere ‘giocava in casa’, ebbero la meglio sui “vecchi professionisti della politica” vicini ad Occhetto. Questi, in sintesi, non considerarono proprio la logica del campo economico – finanziario che, ipertrofico, forse per la prima volta in Italia cominciava a cooptare pesantemente il campo politico – sociale suffragata dai media. Ciò mediante il marketing che in questa fase si basava ancora sulla preminenza del logo e del marchio, ora costituito da simboli veri e propri, ora da degli abiti financo a degli atteggiamenti e posture. C’era ovviamente anche una narrazione, ma i maggiori investimenti per gestire le attenzioni degli astanti si facevano sui simboli.

Mi piacciono i comizi, non considero il dibattito tv decisivo. Sarò me stesso e basta5” dichiarava Achille Occhetto, dando la misura di ciò che stiamo argomentando. Nulla di più emblematico insomma, per testimoniare la differenza di approccio al campo politico da parte dei candidati alle elezioni politiche del ’94. Ciò che Occhetto non considerava principalmente però è che in quella che era l’embrione della democrazia ipermediatizzata la performance e la recitazione tout court diventano imprescindibili sul piano strategico.

Questa infatti la sintesi di C. Raimo6:


La vera nota interessante del dibattito è però rappresentata dall’abbigliamento dei due, per certi versi antitetico. La costruzione di un’immagine iconica del Cavaliere nascerà, infatti, dalla sua prima campagna elettorale, culminata proprio in questo dibattito, dove troviamo diversi topoi che lo accompagneranno nel corso degli anni seguenti. Berlusconi indossa un doppiopetto blu, con una camicia azzurrina: “John Kennedy ce l’aveva così quando in TV stroncò Nixon, ancora fermo al bianco detersivo”, osserva Maria Latella, il giorno dopo, sul Corriere della Sera. Il Cavaliere è abbronzato, come sempre, con una sottile nota di cipria marroncina. Brilla sotto i riflettori, secondo L’Unità grazie a uno speciale filtro della telecamera, la spilletta di Forza Italia appuntata sulla giacca, e che gli varrà, il giorno dopo a Striscia la Notizia, uno stacchetto sulle note di ‘Splendido Splendente’. Nel complesso, si presenta piuttosto bene, anche se il suo classico sorriso non riesce a nascondere un filo di tensione. Egli stesso, il giorno dopo, si definirà a L’Unità come “un parvenu in questo mestiere di duellante TV”.
Occhetto, invece, è visivamente un disastro. Sfoggia un completo marrone di taglio tardo-sovietico, con una cravatta marroncina dalla fantasia piuttosto mesta: “Proprio lui, di solito così elegante con i suoi gilet”, osserva delusa sempre Maria Latella, sul Corriere del giorno dopo. La camicia bianca, poi, dagli schermi televisivi sembra apparire sbiadita, quasi giallina. Il pezzo forte di Occhetto è però il completo marrone, che assurgerà a immagine iconica e traumatica per la sinistra italiana tutta, tanto da ispirare la pagina su Facebook ‘Il completo marrone di Occhetto’. Sergio Spina ricorderà, su L’Unità dell’8 marzo 2006, come quella sera “
Occhetto si presentò con quel vestito marrone tutto nuovo, che quando lo vidi mi misi le mani nei capelli. In seguito dissero perfino che avevamo perso per colpa di quel vestito. Ma questa era una sciocchezza”. Qualche giorno dopo, su L’Espresso, lo stesso corrispondente italiano della CNN suggerirà ad Occhetto di “buttare quell’abito marrone”.
La stessa Alba Parietti, chiamata il giorno dopo dal Corriere della Sera ad esprimersi sul look dei due, osserverà: “
La cravatta di Occhetto è stile “Compagni, ci siamo comprati la Cinquecento!”, quella di Belrusconi è stile “Tesoro, cosa mi metto per il matrimonio?”. Poi il leader del Pds quel vestitino l’ha certamente comprato alla Standa”. Occhetto, chiosa infine la soubrette, è andato sicuramente “dal parrucchiere di Toto Cutugno, mentre Berlusconi da quello di Julio Iglesias”.
L’ascolto medio della trasmissione sarà di circa nove milioni e mezzo di spettatori, con picchi di dodici milioni e mezzo intorno alle 22,50 e con uno share pari al 61,3%, sfiorando gli ascolti della partita di calcio Germania-Italia (2-1), trasmessa qualche ora prima su Rai1, con tredici milioni di ascoltatori. Secondo Enrico Mentana, interpellato due giorni dopo da Repubblica, siamo di fronte al più alto ascolto raggiunto da una trasmissione politica nella storia d’Italia.

Difficile asserire che Berlusconi abbia vinto le elezioni del 1994 grazie a quello scontro televisivo, ma sicuramente siamo autorizzati ad assumere che la televisione abbia avuto, in quella occasione, un ruolo di primaria importanza. E sicuramente si è segnato un punto di svolta nell’intendere ed interpretare la comunicazione politica nelle campagne elettorali nel nostro paese.

Iniziavano a evidenziarsi anche in Italia, in quella sede, gli effetti di un campo economico ipertrofico, che già palesava con la pubblicità commerciale degli anni ’80 la sua logica del brand. La politica, grazie al vettore della comunicazione televisiva (l’etere, vale la pena ricordare, era stato parzialmente liberalizzato con la legge Mammì nel 1984), subiva un primo shock con la sua repentina spettacolarizzazione. Si cominciava a ricercare il massimo impatto e l’istantanea obsolescenza nel messaggio veicolato, cosa che favorisce la generalizzazione delle condotte trasgressive; con questa matrice l’individualismo e l’affermazione di sé non ha più limiti7. E dunque il risultato non può essere che l’iperpersonalizzazione, l’ipertimesia, l’estremo indebolimento di un paradigma nel campo politico imperniato sul messaggio ideologico. In questa liquefazione delle regole del campo politico si può, relativamente, dire tutto e poi il contrario di tutto.

forza-italia-1994-19961-1024x455Ma, come abbiamo ripetuto più volte, questo marketing era imperniato ancora dalla preponderanza del logo. Non possiamo dunque esimerci da una analisi del brand di Berlusconi. Il simbolo di Forza Italia non era stato certo elaborato a caso, in quella che era in Italia il primo esempio di politica orientata al mercato. Non fu infatti una coincidenza il fatto che il nuovo partito del Cavaliere venne chiamato ‘Forza Italia’ in occasione delle elezioni del 1994, anno in cui si sarebbero svolti i mondiali di calcio in Usa. Il potere evocativo trasversale del nome giocava proprio sull’ambiguità con lo slogan da stadio, dove qualunque ideologia lasciava il posto alla comune passione per la nostra nazionale di calcio. Fu il creativo Cesare Priori, che lavorava con Berlusconi fin dal 1979 (il primo disegno del Biscione di Canale5 è suo) ad elaborare il simbolo di Forza Italia.

Dice Priori: “L’espressione ‘Forza Italia’ era un incitamento a darsi da fare, muoversi, mettersi insieme. Poi c’è un particolare che può essere divertente: si sapeva che nel 1994 ci sarebbero stati i mondiali di calcio e Berlusconi ne tenne conto”, sottolineando che Berlusconi gli rimarcava: “Potremmo sfruttare il veicolo sportivo, le partite in cui i tifosi allo stadio gridano ‘Forza Italia!’, avremmo già una frase che è sulla bocca di tutti e può entrare nella testa. Speriamo che tutto vada bene, male che vada le bandiere che abbiamo fatto ce le possiamo rivendere allo stadio8.

Insomma doveva essere una cosa semplice, immediata e senza fronzoli. Un simbolo che si vedesse e si capisse subito e parlasse da solo. Il tricolore, a completare lo slogan, venne dopo e doveva essere percepito come elemento di aggregazione.

Racconta infatti Priori9:

[…] ci interessava richiamare il tricolore sul piano cromatico, ma ci è bastato ‘simboleggiare’ il discorso dei colori, senza metterli nella posizione classica della bandiera. Avevamo provato la stessa scritta con le bande verticali, ma non funzionava bene: questa soluzione aveva invece più impatto, si muoveva meglio, accompagnava anche quell’accenno di ‘sventolio’, sebbene finto, che avevo dato alla bandiera, per cui ho trovato che il tutto fosse più legato.

Anche il tipo di carattere utilizzato per lo slogan fu oggetto di attenta pianificazione strategica10:

[…] fui criticato. Mi dissero che avevo utilizzato un disegno vecchio. Siamo partiti da un carattere ‘bastone, un Helvetica per capirci, ma non legava bene: comprimendolo abbiamo occupato il più possibile lo spazio. Non sarà stata una genialata, il ‘bastone’ è datato, forse anche brutto, adattato per essere il più leggibile possibile; alla fine però il messaggio è passato. Tra l’altro, nelle versioni successive togliemmo l’ombra interna della scritta perché, riducendo il bianco delle lettere, impastava il tutto e faceva perdere in leggibilità. […] era meglio semplificare il disegno.

Il font, inoltre, ha decisamente un peso rilevante in un marchio politico. Noi abbiamo sempre usato caratteri piuttosto potenti, sempre classificabili come ‘bastoni’: abbiamo evitato caratteri con grazie, sempre tenendo presente che il disegno doveva essere ridotto a due o tre centimetri di diametro, per cui tutte le grazie e i particolari sottili si ‘impastano e ‘si chiudono’, insomma non si vedono.

Non vogliamo qui sostenere che il successo del partito di Berlusconi, anche considerando la svolta del Popolo delle Libertà, sia stato appannaggio solamente del suo brand. Difficilmente un marchio politico diventa incisivo come quelli degli agenti propri del campo economico come Coca Cola, Fiat o Apple se non è supportato dal carisma di chi vi è dietro. Ma la chiarezza del logo di Forza Italia, alla portata di tutti e senza richiami divisivi, l’immediatezza del messaggio veicolato e la sua semplicità sono stati elementi tattici premeditati al fine del raggiungimento del consenso di successo. “Vale qui la filosofia enunciata da Berlusconi”, chiosa Priori: “Se un messaggio impiega più di tre secondi per essere capito o non è chiaro, oppure può essere sbagliato11.

A suffragio del potere evocativo della simbologia berlusconiana basti pensare che nell’immaginario popolare e nel linguaggio giornalistico, ancora oggi i candidati di Forza Italia sono denominati ‘gli azzurri’ proprio come i giocatori della nazionale di calcio.

[…] l’azzurro era stato giustificato con la scelta di un’iconografia molto semplice, molto tranquilla, per comunicare serenità e leggerezza. Una volta, peraltro, ho ricevuto una critica, tra le tante, perché lo sfondo dell’azzurro con le nuvole era lo stesso usato nella scenografia del funerale di Fellini… e io non lo sapevo. D’altra parte c’era il famoso concetto sportivo della ‘discesa in campo’, legato anche, come dicevo, all’esperienza dei Mondiali che si sarebbero giocati quell’anno avendo l’Italia, dunque gli Azzurri, come protagonista.12

A nostro parere, peraltro, a suffragio della crescente personalizzazione della politica in Italia a partire, appunto dalla ‘discesa in campo’ di Berlusconi, vi è il dato del legame indissolubile del marchio di Forza Italia alla persona del Cavaliere. Sono in molti a pensare che quando l’imprenditore uscirà definitivamente di scena dal campo politico il suo brand non funzionerà più. Sia chiaro, la recente crisi di tutto il centro destra e la sua conseguente frammentazione è da imputare ad una pluralità di fattori, in primis i guai giudiziari del Cav che lo hanno più di altro esautorato, e non alla sua comunicazione. Comunicazione che, da sola, probabilmente lo ha reso ancora protagonista alle elezioni politiche del 2013 a dispetto del suo malgoverno e dei suoi problemi con la giustizia.

L’altra sponda del sistema bipolare degli anni ’90 fino al 2013, la sinistra, non stava al passo con Berlusconi in questo senso in quanto ancora resistente alla logica ipertrofica del campo economico, non perché non avesse le competenze da organizzare sul piano del marketing, ma perché ancorata all’apparato ideologico. Questo almeno fino alla rivoluzione liberale interna attuata da D’Alema, che si pose sullo stesso piano di Berlusconi, perlomeno in riferimento alla personalizzazione. Ciò determinava, dopo uno spostamento al centro del PDS mediante l’alleanza con i postdemocristiani del PPI, la nascita dell’Ulivo e la successiva leadership di Romano Prodi.

La rivoluzione liberale dalemiana si rivelerà un boomerang: scontenterà parte del proprio elettorato e non attrarrà consensi significativi dalla borghesia produttiva. Infatti, nonostante l’adesione corale alla segreteria dalemiana, il partito ‘in carne e ossa’ risponde solo in parte a queste ulteriori innovazioni.

Ad ogni modo, con gli Stati generali della sinistra convocati a Firenze il 27 marzo 1998 danno vita alla nuova formazione partitica frutto della fusione per incorporazione con ex-repubblicani, ex-socialisti, cattolici democratici e dissidenti di Rifondazione comunista, i Democratici di sinistra. La transizione fu evidenziata con la sostituzione simbolica della falce e martello all’interno del logo di partito con la rosa, simbolo del Partito socialista europeo13.

L’ambiguità giocata dalla sinistra tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, generata da una lunga e complessa discussione interna volta da una parte a stringere alleanze con i gruppi politici più centristi e moderati che però a sua volta creava fenomeni di scollamento dal proprio elettorato naturale, si traduceva quindi anche nella comunicazione. La volontà di eliminare i richiami e le simbologie ideologiche non poteva tout court ribaltare una struttura ancora basata su metodi politici fortemente caratterizzanti e propri del campo, che si espletavano giocoforza nei tempi medio/lunghi.

L’uomo solo al comando di stampo neoliberista è invece veloce, istintivo, trasgressivo, performativo ed individualista. Ci vollero quasi vent’anni di governo Berlusconi, interrotto solo a tratti e non in maniera strutturale, per contaminare anche la parte più fedele alle regole del campo, quella a sinistra, con la logica ipertrofica del campo economico – finanziario mediante l’avvento di Matteo Renzi.
Fino ad allora le ‘sinistre italiane’, mentre Berlusconi concentrava le proprie risorse all’esterno, erano vittime di una crisi al proprio interno, ingarbugliate in un’opera continua di definizione/ridefinizione:

Con l’elezione di Massimo D’Alema a Presidente del consiglio, la leadership dei DS viene assunta da Veltroni, riproponendo l’affermarsi di quella spinta modernizzatrice (41%) opposta alla resistenze sindacal-corporative (28%) interne al partito. Con il Congresso di Torino vengono avanzati una serie di emendamenti che formalizzano il decentramento organizzativo del partito. Il progetto disegna una struttura federale in cui le unioni regionali costituiscono le unità di base del partito. Verso un regime di poliarchia, evoluzione del sistema di potere monolitico ex-Pci, il processo di fazionalizzazione viene riconosciuto dallo statuto, in quanto le associazioni di tendenza e le autonomie tematiche si affermano e acquisiscono autonomia organizzativa e programmatica. All’indomani della sconfitta alle elezioni regionali del 2000 decide di dimettersi, rivelando tutta la fragilità e il momento di crisi attraversato dal partito, finora rettosi soprattutto grazie alla risorsa della guida di partito. Il 15 dicembre 2000 l’Assemblea congressuale elegge D’Alema Presidente dei DS, costituendo una diarchia che riflette la maggiore dispersione del potere.

Le elezioni politiche del 2001 segnano un dietro front per i DS che ottengono alla Camera solo il 16,6%. Lenisce la sconfitta la vittoria di Veltroni a sindaco di Roma. In attesa del Congresso, il partito si affida a una reggenza di undici membri presieduta da Pietro Folena. Fino al 16-20 novembre 2001, i DS attraversarono una fase di deriva che poteva innescare una vera e propria implosione. “O si cambia, o si muore” affermò l’allora futuro segretario dei DS, Piero Fassino.

Così, mentre la perdita di appeal del governo di centro-destra e l’intensa mobilitazione sindacale e pacifista permettono alla Quercia di recuperare iscritti e consensi, nel 2003 i DS s’imbarcano nuovamente, pur se ostacolato da numerose divisioni interne, nella realizzazione del progetto di un nuovo Ulivo.

Con le ottime performance delle regionali del 2005, i DS fanno appena in tempo a ritrovare piena fiducia in se stessi, quando la risalita viene bruscamente arrestata nel 2006 con la diffusione delle intercettazioni di alcune telefonate tra Fassino e il presidente dell’Unipol Giovanni Consorte. L’immagine macchiata dei DS è una delle cause di una vittoria sul filo di lana dell’Unione alle politiche del 2006. Il mancato sfondamento ha convinto la Quercia ad andare alla fusione con La Margherita: una scelta, dunque, non per idealità e convinzioni, ma per esaurimento più che per vitalità.

Il 19-20 aprile 2007 il IV Congresso dei DS segna la conclusione della lunga transizione PCI/PDS/DS e lo scioglimento di quest’ultimo nel Partito Democratico.

Ancora una volta, però, i DS non hanno potuto impedire la scissione di una minoranza: sia la componente di Mussi che quella di Angius lasciano i DS14.

A destra invece, anche con la svolta del PdL, il partito è sempre stato Berlusconi. La sua simbologia, il suo brand, financo il suo stile di vita. Il suo ruolo è diventato un tutt’uno col suo corpo: “Corpo abbronzato, dagli impianti leggendari di un Berlusconi diventato spettrale a colpi di chirurgia estetica”, dice Christian Salmon, “l’ideale in una società in cui le industrie culturali valorizzano l’incessante ricerca di nuove fonti di eccitamento15. L’uomo politico neoliberista, peraltro, deve incarnare la necessità perenne di cambiamento, deve risultare smussabile, mutabile, scolpibile a piacimento. Ed ecco, che in questa logica bulimica e frenetica i Bunga Bunga passano in secondo piano, se non diventano addirittura motivo di vanto; il campo politico perde la sua autonomia, la sua logica e struttura per far posto ad altro. Ecco perché non solo gli atti poco etici da parte di Berlusconi, ma anche i reati da lui commessi non lo hanno mai del tutto esautorato.

President Donald Trump Attends A Salute To Our Armed Services BallInoltre il Cav è molto simile a Donald Trump. Se pensiamo a Trump, il suo presentarsi come personaggio ‘nuovo’, al di fuori degli schemi, un cane sciolto senza alcun legame con la screditata classe dirigente di Washington, ha fatto si che la veridicità delle sue affermazioni passasse totalmente in secondo piano rispetto all’impatto radicale che il suo stile ‘innovativo’ ha portato all’interno del dibattito politico negli Usa. Siamo autorizzati ad assumere che Silvio Berlusconi abbia introdotto tutti questi metodi di comunicazione e manipolazione vent’anni fa. E molti sono i punti di contatto tra il Cavaliere e il tycoon di New York. A parte i rapporti con la stampa che Berlusconi per buona parte controllava mentre Trump la attacca in maniera aperta e perpetua, sono entrambi businessmen scesi in politica, entrambi inclini all’uso di un linguaggio politicamente scorretto, fatto di pesanti battute a sfondo razzista e misogino, entrambi hanno incarnato nel gioco delle democrazie occidentali il ruolo dell’uomo che si è fatto da solo, che affascina l’immaginario grazie al successo ottenuto nel mondo degli affari e all’ostentazione di una ricchezza molto pacchiana, che però fa sognare.

Entrambi hanno sempre dimostrato disprezzo nei confronti della legge e spregiudicatezza negli affari. Trump e Berlusconi hanno creato la loro immagine basandosi sul motto “me against the world”, che ha saputo toccare in maniera vincente le corde più sensibili di un’ampia fetta di elettorato.

Trump, come Berlusconi, si è affermato sfruttando una situazione di crisi della politica tradizionale. Mentre Berlusconi cavalcò l’onda di Tangentopoli, che spazzò via buona parte della classe dirigente italiana dell’epoca, Trump ha raccolto a suo vantaggio la profonda sfiducia che buona parte dell’elettorato ha riservato nei confronti di Hillary Clinton come candidata sfidante per la presidenza. E, in generale, sfruttando il sentimento di rabbia nei confronti delle élite liberali, considerate come le principali responsabili per la de-industrializzazione del paese, ha potuto cavalcare il malcontento di una fetta della popolazione statunitense riguardo le ondate migratorie, specialmente quelle dal Messico e dall’America Latina.

Berlusconi e Trump, hanno goduto di un forte successo anche tra le classi operaie nazionali, sentitesi abbandonate dai partiti progressisti e di sinistra, i quali, invece di elaborare idee utili per recuperare il terreno, hanno sempre più abbandonato la loro classe sociale di riferimento. Questi partiti sono diventati al contrario promotori di politiche di austerità, cedendo quindi le prerogative dei diritti dei lavoratori a partiti di destra.

L’ipernormalizzazione che ha attuato Berlusconi, e che Trump sembra destinato a seguire, indica la loro precisa volontà di vivere al di sopra non solo della legge, ma della stessa logica. Questa è rappresentata attraverso la proiezione del loro narcisismo come stile di vita destinato ad assurgere a mediatore dei sogni dei loro elettori.

1Carlo A. Marletti, Quanti voti sposta la televisione?, in La Repubblica dei media” Il Mulino, 2010, p. 107.

2Michele Sorice, La Comunicazione Politica, Carocci, 2011, p. 84.

3Ivi, p. 85.

4Christian Raimo, Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto, Minima&Moralia, 2014, disponibile in http://www.minimaetmoralia.it/wp/avere-ventanni-berlusconi-contro-occhetto/
5Ibidem

6Ibidem

7C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 97.

8Gabriele Maestri, Il simbolo di Forza Italia? Un marchio forte, ma finirà con Berlusconi, Termometro Politico, 2013, disponibile in http://www.termometropolitico.it/74132_lintervista-il-simbolo-forza-italia-marchio-forte-finira-berlusconi.html

9Ibidem.

10Ibidem.

11Ibidem.

12Ibidem.

13Marina Ripoli, Democratici di Sinistra: la transizione PCI/PDS/DS, Spinning News, 2010, disponibile in https://spinningnews.wordpress.com/2010/05/28/democratici-di-sinistra-la-transizione-pcipdsds/

14Ibidem.

15C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 98.
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...