Matteo Renzi: un manager dello storytelling politico

Analisi dei discorsi dell’ex premier; anatomia del suo stile e della sua narrazione.

renzi leader europei

Matteo Renzi inizia sin da giovanissimo la scalata in una delle roccaforti della sinistra italiana: Firenze; è il 1999 quan­do viene eletto nella sua città natale, prima segretario provin­ciale del Partito popolare, poi, nel 2001, della Margherita. Nel 2004 diventa Presidente della Provincia di Firenze e, nel giu­gno 2008, sfidando il suo partito che gli aveva proposto la can­didatura per il secondo mandato a capo della provincia fiorenti­na, si presenta alle primarie interne al Pd per la carica di sinda­co del capoluogo toscano e vince.

Quattro anni dopo, il 13 settembre 2012 Matteo Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie del centrosinistra. Conduce una campagna elettorale toccando, a bordo di un camper, tutte le province italiane; il 2 dicembre perde, al ballottaggio, contro Pier Luigi Bersani. Ci riprova nel 2013: l’8 dicembre diventa Segretario del Partito Democratico con il 68,1% dei consensi.

A seguito delle dimissioni rassegnate da Enrico Letta dopo la votazione a larghissima maggioranza (136 favorevoli contro 16 contrari), da parte della Direzione del Pd, di un documento dello stesso Renzi che proponeva la sostituzione del Governo presieduto da Letta e delle successive consultazioni di Giorgio Napolitano, il 16 febbraio 2014 il Presidente della Repubblica convoca Renzi al Quirinale per il giorno successivo per confe­rirgli l’incarico di formare un nuovo Governo, incarico che Renzi accetta. Preso atto dell’esito sfavorevole del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, il Governo Renzi rassegna le dimissioni tre giorni dopo

Solo con lui la sinistra italiana, perlomeno la parte del cam­po politico occupata dal Pd ad oggi, viene definitivamente in­vasa dal metodo di comunicazione neoliberista improntato at­tualmente dallo storytelling management. Finita l’epoca dei lo­ghi e di Berlusconi è con Renzi che nel campo politico italiano si apprezza l’evoluzione del culto del capo che agisce stavolta, al fine di acquisire elettori, mediante tecniche di narrazione tout court. Non solo: nel narrative turn, oltre alla rivoluzione determinata dal 2.0 che obbliga all’interazione costante e alla velocità della performance, vi è un cambio scenografico impor­tante che si evidenzia, a sinistra, con la fine dei richiami ideo­logici.

Dal teatro Obihall di Firenze il 9 dicembre 2013, Matteo Renzi pronuncia il primo discorso da Segretario del Partito De­mocratico. Il clima è festoso. Sotto il palco si agitano bandiere del PD che appaiono vessilli vintage, contrapposti alla sceno­grafia di maxi cubi colorati, ognuno con un messaggio in stile renziano, disseminati in ordine apparentemente casuale ma in realtà studiato, intorno al pulpito. Soppiantati anche gli inni storici della sinistra, come la classica Bandiera Rossa, con note pop in versione disco, a decibel assordanti: da ‘I love it’ delle ‘Icona Pop’ (il cui ritornello incalzante “I don’t care, I love it” fa pensare al famoso slogan kennediano lanciato da Walter Vel­troni, quando era segretario dei Ds, al congresso della Quercia nel 2000 tenutosi al Lingotto di Torino) a ‘La tua canzone’ dei ‘Negrita’ per terminare con ‘Ti porto via con me’ di Jovanotti; il passaggio dall’inno di identificazione alla colonna sonora, sen­za elementi di richiamo all’appartenenza, appare chiarissimo. L’atmosfera che si respira nella roccaforte renziana è più da convention statunitense che da comitato elettorale di un partito che rappresenta la storia della sinistra italiana. Un cambio sce­nografico che si traduce, sul piano retorico, nel tentativo di co­struire una nuova identità del Partito Democratico.

Renzi cerca sin dal suo debutto di incrementare la fiducia e l’entusiasmo in una storia nuova, di cui si candida a diventare il principale interprete. Una storia in grado di aggregare, di creare un Noi diverso da quello del passato, secondo categorie elabo­rate dal linguista George Lakoff1. Il ‘genitore premuroso’ in­terpretato storicamente dalla sinistra comincia con Renzi a scollegarsi dal suo naturale elettorato, fatto di studenti, operai, insegnanti, per far posto al ‘padre severo’ radicato nella storia politica di stampo conservatore, già interpretato da Berlusconi e che ha le sue radici in Reagan. Ciò ha prodotto, soprattutto mediante l’uso del linguaggio e di un certo tipo di storytelling, uno spostamento a destra del Partito Democratico. Ma come di­ceva il linguista americano: “Bisogna ricordarsi di non pensa­re all’elefante. […] se accettate il loro linguaggio e i loro fra­me e vi limitate a controbattere, sarete perdenti perché raffor­zerete il loro punto di vista”2. Infatti il Renzi vincente, para­dossalmente, le elezioni politiche non le ha mai vinte e se escludiamo le elezioni europee del maggio 2014, l’ex Sindaco di Firenze si è confrontato con gli elettori in maniera diretta solo con il referendum costituzionale del dicembre scorso che, del tutto personalizzato, ha visto una larghissima affermazione dei ‘No’.

Ad ogni modo il noi/voi renziano è stato fin dal 2010 imper­niato soprattutto sulla dicotomia giovane/vecchio.

Tocca a una nuova generazione, che non farà a meno di una generazione più esperta. Tocca a noi guidare la macchina, toc­ca a noi che andavamo alle medie quando cadeva il muro di Berlino, tocca a noi che siamo cresciuti cittadini globali di un mondo orfano della politica. Siamo cresciuti in un mondo dove le istituzioni internazionali non c’erano. Ci siamo resi conto che tocca a noi, perché abbiamo conosciuto l’euro e non l’Europa, che abbiamo lasciato in mano ai burocrati. Toc­ca a noi e siamo qui per dire che non ci tiriamo indietro.3

Renzi barbaLo stile ‘obamiano’, giovanilistico e antigerontocratico viene da Renzi esplicitato soprattutto all’interno del contenitore della sua kermesse, la Leopolda, il vero centro culturale che ha fon­dato e sdoganato il suo stile cool. L’americanismo di Renzi prende in prestito argomenti anche dalla destra repubblicana , cosa che, alla luce delle speculazioni di cui sopra, non stupisce. È la generazione, non l’ideologia, il carattere divisivo ed è evi­dente fin dall’inizio della sua carriera. Non è un caso che alle ‘Leopolde’ siano del tutto assenti simbologie e riferimenti al Partito Democratico, a testimoniare la relativa importanza attri­buita da Renzi al merito, al fine di concentrarsi sul metodo.

Obama prende una ‘tronata’ (sconfitta, ndr) storica, credo che fosse da trenta o quarant’anni che non si verificava un Con­gresso in quelle condizioni, e perché è successo? I giornali di­cono perché non è stato bravo a comunicare; forse, può darsi. A me piace pensare che quella scelta di cui lo accusano, vale a dire la riforma della sanità sia una delle scelte per cui vale il rischio di prendere una ‘tronata’.

Ci sono 11 milioni di bambini che non avevano copertura sa­nitaria e ora ce l’hanno.

E tuttavia Obama deve risalire la china, perché non è che ci si può crogiolare. Non c’è dubbio che debba recuperare in termi­ni di comunicazione, di economia e di messaggio al paese. E contemporaneamente pensate cosa succede alla destra ameri­cana: c’è un’immagine fantastica della destra americana, dicia­molo, perché abbiamo parlato di coraggio e di rischio in rife­rimento a Obama, certo. Obama è uno che alla Convention del 2000 di Los Angeles il partito democratico neanche lo fece entrare, perché non era tra i delegati. Perché questo gio­vane avvocato dell’Illinois non aveva titolo per stare dentro e quindi Obama è senz’altro un emblema di coraggio. Ma c’è (nel partito repubblicano, ndr) un altrettanto importante em­blema di coraggio; poi certo non è minimamente paragonabile (a Obama, ndr), ha un programma politico discutibile, ma c’è un ragazzo che è nato negli anni ’70, si chiama Marco Rubio e ha vinto le elezioni in Florida. È un repubblicano anche di quelli tosti, ma è il primo ispanico che sta realmente provando a cambiare la storia, anche quella del suo partito. Un pericolo­so e maleducato giovanotto degli anni ’70.

Ecco, finché gli Usa hanno la destra che crede in Rubio e noi abbiamo la destra che crede in Ruby, noi non andremo da nes­suna parte.4

Non per nulla il movimento di Renzi è stato a lungo cono­sciuto come quello dei ‘rottamatori’. Fin dalla prima Leopolda (dal nome della stazione dismessa di Firenze che ospita la ker­messe e che crea una sorta di ambiente simile al loft) è stata evidente la volontà dell’ex premier di pensionare definitiva­mente la vecchia classe dirigente del PD capitanata da Bersani.

Il Partito e il Paese discutono di una parola, una delle parole più importanti del mondo. I giornali e le agenzie sono pieni di una parola studiata a lungo nei laboratori della politica: la pa­rola ‘rottamazione’. Ora se quando ho fatto quell’intervista, avessi pensato che per due mesi il PD avrebbe parlato di rot­tamazione mi sarei sganasciato dalle risate. Ma vi rendete conto che si prende una espressione, qualcuno dice volgare, qualcuno dice plebea, qualcuno dice fuori luogo, e si applica alle persone come se io le volessi mettere in un compattatore di vite umane? Al di là del fatto che è preoccupante per chi lo dice l’idea di equiparare sé stesso alla propria carriera politica. Perché se io rottamo la tua carriera politica non significa che tu dopo non hai un futuro, hai una vita davanti, vivila! Hai una vita davanti vivila! Vivila lo stesso anche fuori dal palaz­zo!

Inoltre l’idea che sia la parola rottamazione a caratterizzarci è davvero divertente. Allora: “Rottamazione” mi dicono “ma la ridiresti?”. Sembra che io abbia picchiato qualcuno per la strada: “Lo rifaresti?” E io son lì che penso… e poi: “Hai det­to anche senza incentivi”. Io vorrei introdurre su questo un tema, che è quello della comunicazione. Perché noi non pos­siamo fingere di non fare i conti con la grande esigenza e ur­genza di trovare delle parole più comprensibili.

[…] Cosa significa il problema della comunicazione e della rottamazione? In primo noi abbiamo una emergenza; abbiamo gli stessi leader che sono lì da più di vent’anni e nel mondo normale i partiti rimangono fermi, fanno delle regole che con­sentono ai leader di cambiare. Da noi i partiti cambiano. Cam­biano il simbolo ci metti l’ulivo, ci metti la quercia, saccheg­giano tutta la flora e non c’è la possibilità di cambiare i leader perché si cambiano le regole di volta in volta. Questo è il pun­to! Questo è il punto! E guardate che su questo tema il giochi­no per cui: “Ganzo lui!” come si dice a Firenze “Ganzo lui, lo dice perché ci vuole andare lui!” ciò lo trovo uno degli ele­menti più tristi del retropensierismo. L’idea che uno in questo paese non sia libero di esprimere un’idea, di esprimere un’i­dea, magari sbagliata e di chiedere: “Ma correggetemi se ho sbagliato, ma ditemi dove sbaglio”, che subito si deve dire: “Lo vedi cosa c’è sotto?”. Guardate questo è un problema che sicuramente nel centro-destra c’è, ma ce l’abbiamo anche noi. L’idea che una persona non possa esprimere liberamente il proprio pensiero senza essere accusato di un interesse perso­nale.

Io sono Sindaco della città di Firenze che è la patria della po­litica, dove si è sempre parlato di politica. E allora fateci par­lare anche a noi all’interno di un partito che si chiama Partito Democratico, e che, lo dico con amicizia a Pierluigi Bersani, questo non può far paura, non deve far paura. Se ci chiamia­mo Partito Democratico allora discutiamo.5

La famosa intervista a cui faceva riferimento Renzi e che sdoganò il termine ‘rottamatori’ spiega meglio il cambio di pa­radigma propugnato dal segretario del PD, improntato sulla narrazione piuttosto che sulla simbologia. “Ma li vedete? Ber­lusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo” diceva Renzi, aggiungendo che: “I nostri iscrit­ti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sve­glieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?”6.

La sua oratoria punta a provocare un surriscaldamento per­cettivo, capace di stimolareRenzi dimissioni partecipazione, reazione, discussio­ne, interesse. La strategia comunicativa si concentra attorno al nucleo tematico del ‘nuovo’. Al campo semantico del ‘nuovo’ si oppone quello del ‘vecchio’: contrapposizione immediata non soltanto perché il nuovo è tale in quanto non è vecchio ma an­che perché nella sostanza dell’azione politica la dialettica nuo­vo/vecchio è, innanzitutto, contrapposizione tra modi di fare politica, tra fazioni e concezioni politiche.

Ad esempio:

Dobbiamo dire che possiamo essere riformisti non noiosi. Non solo i progetti massimalisti possono scaldare il cuore, si può dare un’anima al riformismo. Io credo che oggi coniugare il riformismo con la capacità di appassionare le persone signi­fica scaldare i cuori […] Non basta più sentirsi raccontare quanto è stata bella la loro storia, è il momento di scrivere la nostra storia. Abbiamo garantito solo chi ha garantito, abbia­mo parlato di lavoro organizzando i più grandi convegni, ma alla fine la disoccupazione è aumentata e il ceto medio è in difficoltà.7

Qui invece la disamina di Renzi sulla necessità di una classe politica giovane, a prescindere dall’orientamento politico, e che descrive l’impasse della sinistra tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, la cui causa secondo lui starebbe nel metodo stori­camente applicato alla discussione interna, che si articola gio­coforza nei tempi medio/lunghi. Nella velocità di esecuzione, in ultima analisi, starebbe la grande differenza sia con le destre, sia con il teatro politico apprezzabile all’estero.

[…] 1994: il PDS litiga fra dalemiani e veltroniani. Il presi­dente del Consiglio è Silvio Berlusconi. […] Il presidente Usa è Bill Clinton, dalla Francia a Napoli arriva Mitterrand. Dal­l’Inghilterra arriva Major, dalla Germania arriva Helmut Kohl, dalla Russia arriva Boris Yeltsin, e noi abbiamo Silvio Berlu­sconi, noi ci dividiamo tra veltroniani e dalemiani. Nel 2001 noi ci dividiamo tra dalemiani e veltroniani, il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi. Al vertice internazio­nale a Genova (G8, ndr) dagli Stati Uniti arriva George Bush, dalla Francia Jacques Chirac, dalla Gran Bretagna arriva Tony Blair, dalla Germania arriva Gerald Schroeder, dalla Russia arriva… Putin, vabbè… da noi Berlusconi. Nel 2009 noi stia­mo a discutere tra partito leggero e partito pesante, che è una variante dei dalemiani e dei veltroniani, perché noi ci sappia­mo evolvere (risate, ndr). Dagli Stati Uniti arriva Barack Oba­ma, in Francia c’è Sarkozy, dall’Inghilterra arriva Gordon Bro­wn, dalla Germania arriva Angela Merkel e dalla Russia la coabitazione Medvedev/Putin. In Italia c’è quel giovanotto di belle speranze che è Silvio Berlusconi. Poi dicono che il pro­blema l’ho posto io, ma vi rendete conto che questo non è un paese normale o pensiamo di essere tutti fumati qui dentro?8

Renzi zuckebergDa notare che lo stile di Renzi è molto reader-friendly, con una espressività iperinformale, vicina al colloquialismo. Non a caso la scelta ricade sempre su parole brevi e frasi semplici che per loro stessa natura puntano a fare breccia nell’attenzione de­gli interlocutori. Grazie a questi parametri, l’indice di leggibili­tà dei suoi discorsi, che si basa sulla lunghezza delle parole e delle frasi, ha superato la soglia minima; questo sta a significa­re che Renzi risulta comprensibile ad un adolescente così come ad un adulto con una bassa scolarizzazione.

Il ‘padre severo’ del racconto della destra e il ‘genitore pre­muroso’ di quello della sinistra diventa nello storytelling ren­ziano un ibrido, anche se sempre improntato su un metodo, in ultima analisi, preso in prestito dal campo economico-finanzia­rio che, ipertrofico, invade così anche la parte più resistente del campo politico italiano.

[…] possono scaldare i cuori non solo i progetti massimalisti ma anche la capacità di tenere insieme il buon senso del padre di famiglia, che gestisce le cose quotidiane, con l’idealità, il sogno, la bellezza, l’entusiasmo. Si possono tenere insieme, si può dare un’anima al riformismo. Non è mai accaduto in Ita­lia.9

Renzi è altamente fruibile; come nel discorso di Berlusconi nello speech renziano si fa un largo uso di metafore calcistiche:

Questa non è la fine della sinistra. Questa è la fine di un grup­po dirigente della sinistra. Noi stiamo cambiando i giocatori, non stiamo andando dall’altra parte del campo. Stiamo cam­biando i giocatori che hanno dato il meglio di loro stessi ma adesso hanno bisogno della sostituzione.

[…] Stiamo cambiando i giocatori; se mi avete dato la fascia di capitano, io non farò passare giorno senza lottare su ogni pallone.10

Questo registro linguistico informale porta a coinvolgere l’interlocutore, instaurando un rapporto tra pari, in cui lo spet­tatore non è passivo nei confronti dell’azione, ma ha la sensa­zione di entrare a far parte della squadra e dei suoi meccanismi interni.

Già Aristotele delinea tre tipi di ascoltatori: l’ascoltatore che decide riguardo al futuro è il membro di un’assemblea politica; quello che decide riguardo al passato è il giudice dei processi. La terza classe è costituita dagli spettatori che non influiscono sulla situazione. Al primo tipo di ascoltatore corrisponde il ge­nere deliberativo; al secondo il genere giudiziario; al terzo il genere epidittico, o dimostrativo (da epidèiknymi ‘mostro, fac­cio vedere, presento’). Nel 1960 Austin, con la teoria degli atti linguistici, si lega alla scuola neoaristotelica con la visione di un agire linguistico che diventa tipo particolare di azione. In questa visione, la parola può essere performativa o constati­va11. Nello storytelling renziano sono maggiormente presenti verbi constativi, in quanto si preferisce per l’appunto constatare lo stato dell’arte e le cose da fare:

[…] i nostri genitori ci hanno lasciato una casa, ci hanno la­sciato un conto in banca, ci hanno lasciato le possibilità di an­dare avanti. Ma i nostri genitori e i nostri nonni politici, i no­stri predecessori sono andati al ristorante e hanno lasciato il conto da pagare. E il debito pubblico è la cosa più ingiusta e immorale che un bambino di oggi si trovi a dover fronteggia­re.

[…] noi siamo quelli dell’innovazione non solo applicata all’ICT (Information and Communication Technology), ma anche all’innovazione dei contenuti, del linguaggio e dei modi di far politica. E allora […] è evidente che c’è un problema di rapporto con le vecchie liturgie dei partiti. Lo dico con il mas­simo rispetto per Pierluigi Bersani, il modello di Pd per cui ci sono i dirigenti del partito che danno la linea agli eletti che stanno nelle istituzioni i quali sono poi chiamati a fare il vo­lantinaggio per spiegare agli elettori quello che devono pensa­re andava bene nel ‘900, è un meccanismo di partito che non funziona più12.

Ancora, durante la Leopolda 5, nel 2014:

Il Partito Democratico ha portato a casa qualcosa come 11 mi­lioni e rotti di voti. Io negli ultimi Consigli Europei mi son tolto una soddisfazione banale, ma sai a un certo punto dopo ore di discussione… Il buon Filippo Sensi mi vede uscire tutte le volte e mi dice: “Calmo eh! Calmo!”. Perché sai, dopo ore che sei lì… Ho messo in fila i numeri; e glielo ho detto ai miei colleghi: “Sentite io non rappresento solo il partito più votato; tu Angela (Merkel, ndr) hai preso 10,6 milioni, noi 11,2 sono cose che capitano.

[…] nel senso che su 28 paesi noi siamo il nono con gli 11,2 milioni di voti del PD, quindi ho grande rispetto per i vostri partiti. Abbiate rispetto per il mio paese e per il mio partito.13

E durante il discorso dopo il trionfo alle primarie del PD del 2013:

Riuscire ad inviare a tutti i dipendenti pubblici ed ai pensiona­ti direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tec­nologia semplice – visto che il Papa ha detto che Internet è un dono di Dio, possiamo smettere di considerarlo come il nostro ostacolo o come un problema – la dichiarazione dei redditi precompilata. Si tratta di una proposta concreta e pun­tuale che nel corso delle consultazioni abbiamo ricevuto e re­cepito, che può immediatamente mostrare come cambia il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione.14

1G. Lakoff, Non pensare all’elefante, Fusi Orari, Roma, 2016.

2Ibidem.

3Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2010, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

4Dall’intervento di Matteo Renzi a conclusione della Leopolda 1, Prossi­ma fermata Italia, novembre 2010, disponibile in https://www.youtube.­com/watch?v=HWH8cmjXR0Q.

5Ibidem.

6Umberto Rosso, Il nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i no­stri dirigenti, “La Repubblica”, agosto 2010, disponibile in http://www.­repubblica.it/politica/2010/08/29/news/nuovo_ulivo-6587119/.

7Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2013, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

8Dall’intervento di Matteo Renzi a conclusione della Leopolda 1, Prossi­ma fermata Italia, novembre 2010, disponibile in https://www.youtube.­com/watch?v=HWH8cmjXR0Q.

9Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2010, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

10Ibidem.

11John Langshaw Austin, How To Do Things With Words, lezione all’Uni­versità di Harvard nel 1955, pubblicata postuma nel 1962. La teoria de­gli atti linguistici si basa sul presupposto che con un enunciato non si possa solo descrivere il contenuto o sostenerne la veridicità, ma che la maggior parte degli enunciati servano a compiere delle vere e proprie azioni in ambito comunicativo, per esercitare un particolare influsso sul mondo circostante.

12Dal discorso di Matteo Renzi alla Leopolda 2, Big Bang, ottobre 2011, disponibile in https://www.youtube.com/watch?v=oGlAbyvZjuM.

13Dall’intervento di Matteo Renzi alla Leopolda 5, Il futuro è solo l’inizio, ottobre 2014, disponibile in http://video.repubblica.it/edizione/firen­ze/renzi-chiude-leopolda-5-il-discorso-integrale/181456/180257.

14Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2013, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

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