Lui è Kevin, uno dei richiedenti asilo che in questi giorni stanno ripulendo le strade di Centocelle

I residenti: “Sono eccezionali. Sono loro che ci aiutano a casa nostra”.
Ma il passato di questi ragazzi è fatto di atroci sofferenze, e l’ipotesi del racket fa paura.

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Kevin, 25 anni, richiedente asilo nigeriano

In questi giorni a Centocelle in molti si saranno accorti dei ragazzi africani che stanno ripulendo le strade del quartiere in cambio di qualche spicciolo. Sono dei richiedenti asilo nigeriani che sono scappati dalla guerra e dalla povertà e, pare per una loro libera iniziativa, stanno prestando volontariamente la loro opera armati di ramazza e paletta al fine di inserirsi nel nostro Paese.
E difficilmente passano inosservati anche in ragione del fatto che si stanno sostituendo ad Ama e Servizio Giardini contribuendo a risolvere una delle principali criticità romane: pulizia e decoro.

Sono eccezionali, uno schiaffo a tutti quelli che pensano che questi poveretti vadano aiutati a casa loro. Per il momento ci stanno aiutando loro a casa nostra”, ci dice una residente titolare di un bar in via delle Palme. E in effetti, contrariamente alle molte voci che sostengono che facciano solo finta di pulire, dopo averli tenuti d’occhio per qualche giorno dobbiamo ammettere che su via dei Castani, via dei Gelsi e via delle Palme i risultati si vedono.

Iniziano la mattina intorno alle nove e se ne vanno a tardo pomeriggio alle 18 circa;Cartello agli angoli dei marciapiedi lasciano delle ciotole per le offerte e dei cartelli: “Gentili signore e signori, desidero integrarmi nella vostra città senza chiedere l’elemosina” si legge, e sottolineano: “da oggi terrò pulite le vostre strade. Chiedo soltanto un contributo di 50 centesimi per il mio lavoro. Buste, scope, palette e altro materiale per la pulizia sono bene accetti”.

Con una pazienza certosina, spazzano, raccolgono i rifiuti che i molti maleducati gettano a terra ed eliminano gli arbusti che crescono sui cigli delle strade sotto il sole cocente di questi giorni. “Se veramente si danno da fare ben vengano”, ci dice un passante, mentre in un noto pub di via dei Castani ci raccontano che: “Sono arrivati qualche giorno fa e ci hanno chiesto se potessimo prestare loro delle scope. Ci siamo stupiti ma gliele abbiamo date. Da allora siamo ben felici di dare loro anche qualcosa da mangiare intorno all’ora di pranzo. Sono dei ragazzi molto umili ed educati”.

Ma qualcuno storce il naso: “Non è possibile che abbiano scritto loro quei cartelli, in un perfetto italiano. Di sicuro c’è dietro qualche associazione che li sfrutta”, ci spiega un residente di via dei Castani.

Al di là dei cartelli succitati, riteniamo comunque che l’ipotesi che questi ragazzi siano in realtà sfruttati da qualche associazione dedita al racket, costituisca uno scenario possibile. E’ per questo che li abbiamo avvicinati per conoscerli meglio e cercare di capire la natura del fenomeno.

Alla fine vinciamo la diffidenza di Kevin, 25 anni, stanco e sudatissimo, e forse anche per questo quattro chiacchiere con noi se le fa volentieri: “Sono scappato dalla Nigeria, il mio paese, a causa delle violenze perpetrate su di me e sulla mia famiglia da Boko Haram”, ci spiega in inglese in quanto ancora non conosce la nostra lingua: “Ma Boko Haram non è l’unico gruppo di fanatici in Nigeria” tiene a sottolineare.

E’ molto timido e forse un po’ impaurito dalle nostre domande, infatti quando gli chiediamo dove stia dormendo la notte dice confusamente che: “Vivo in un campo lungo la via Aurelia” senza aggiungere altri dettagli. E aggiunge: “Non ci sono associazioni o persone che mi obbligano a pulire le strade, è una nostra libera iniziativa, penso anche che sia giusto farlo per dimostrare alle persone che non siamo un pericolo e desideriamo veramente integrarci”.

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Un altro dei richiedenti asilo nigeriani che in questi giorni sta ripulendo le strade del quartiere

Kevin però diventa molto più preciso quando parla di ciò che ha passato per arrivare in Italia: “Sono scappato passando per il Niger per poi arrivare in Libia. Quel viaggio è stato terribile; per venti giorni l’abbiamo fatto a piedi, l’ultimo tratto prima del confine con la Libia, invece, sul cassone di un camion. Eravamo più di quaranta persone su quel camion. In Libia, poi, per nove mesi ho svolto qualunque tipo di lavoro per avere la possibilità di imbarcarmi per l’Europa. La maggior parte del tempo lavavo automobili; prendevo duecento euro al mese. Quasi tutto il mio guadagno, l’ho dato poi a chi mi ha fatto imbarcare”.

Avremmo voluto sapere molto di più su quel viaggio e, soprattutto, sulla ipotesi, per ora infondata, che ragazzi come Kevin siano sfruttati dalle mafie locali. Ma per il momento ci limitiamo a registrare questi dati continuando nel contempo ad osservare un fenomeno molto apprezzato dai cittadini del territorio.

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