Donald Trump: scienza e tecnica del populismo di matrice post-materialista

Potrei sparare a qualcuno e non perdere voti“, diceva il neopresidente Usa in campagna elettorale. E non scherzava.
Analisi della narrazione di Donald Trump: uno storytelling impulsivo, ma ben pianificato soprattutto nella sua strategia social.

TRUMP

La narrazione di Donald Trump, nella recente campagna elettorale per l’elezione del Presidente Usa che lo vedeva contrapposto alla democratica Hillary Clinton, oltre a collocarsi banalmente a destra, se pur alla maniera post ideologica che contraddistingue i vari populismi di questa matrice anche in Europa (si pensi al movimento della Le Pen in Francia, Salvini in Italia e Farage in Gran Bretagna), è stato caratterizzato nel merito dal teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza.

Una story, o meglio una struttura di story, tanto cara ai repubblicani; contrapponendo un ‘noi’ ad un ‘voi’ a vario titolo si evoca un fantomatico modello di eroe che lotta contro non meglio precisate ‘forze del male’ responsabili, a seconda della necessità, di questa o quella criticità in seno alla società. La struttura della storia in questa maniera agisce in maniera top down sul programma elettorale nel merito; ovvero ha un diritto di prelazione sulle questioni reali che, se elencate e descritte diligentemente come farebbe un bravo sindacalista, non avrebbero la stessa presa sul pubblico/elettore. Insomma la storia viene preferita alla ‘litania’ e noi assumiamo che la story coopti in questo caso il programma. D’altra parte sempre Carville sostiene che: “I fatti parlano, ma le storie fanno vendere”1.

Nel metodo Trump esegue la sua performance con un alto uso del turpiloquio,Trump-Salvini dell’attacco personale agli avversari, dello scherno anche di bassa lega e, in generale, utilizza un linguaggio poco ‘politically correct’, oltre che Twitter magistralmente.

Il linguaggio di Trump, secondo alcuni giornalisti, sopperirebbe al gap di reddito che separa il tycoon nei confronti della maggioranza dei cittadini a cui pretende di dare voce, rendendolo maggiormente autentico e adatto a fare da megafono all’America arrabbiata2.

Dagli immigrati che vorrebbe ‘deportare’, all’ex miss Universo Alicia Machado, ribattezzata ‘Miss Piggy’, passando per modelle, giornalisti e disabili. Sono numerose le frasi choc pronunciate dal neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso della campagna elettorale, durante la quale sono finiti in molti nel suo mirino, prima su tutti ovviamente, ‘Crooked Hillary’, Hillary la corrotta, come aveva ribattezzato la sua avversaria.

È il Trump ‘politicamente scorretto’, che vanta una lunga sequela di gaffe e battutacce, per non parlare dell’imbarazzante uscita con un giornalista disabile del “New York Times”, Serge Kovaleski, affetto da artrogriposi e sbeffeggiato dal tycoon in mondovisione, che ne ha scimmiottato i gesti.

Ma il tycoon ha gettato più volte fango anche sui suoi ‘vicini di casa’, i cittadini messicani, affermando che sin dal primo giorno del suo insediamento intende costruire un muro lungo la frontiera con il Messico, che a suo dire sarà “impenetrabile, alto, reale, potente, bello, interamente pagato dal Messico”, anticipando anche la sua intenzione di creare una “forza speciale per le deportazioni3.

Tante le uscite infelici di Trump, come quando, parlando a un comizio elettorale a Ashburn, in Virginia, ha chiesto a una mamma, anche se in maniera scherzosa, di portare via il suo bambino che non smetteva di piangere o come quando se la prese con un tecnico del suono per via di un microfono malfunzionante. O quando, facendo riferimento alla fedeltà dei suoi sostenitori, ha esordito dicendo: “Potrei sparare a qualcuno e non perderei voti”4.

Le donne però, in particolare, sembrano tra i bersagli prediletti da Trump. La “Cnn” ha fatto emergere altri audio che mostrano il linguaggio volgare e sessista del miliardario, che non ha risparmiato neanche la figlia Ivanka, definita “a piece of ass5. A più riprese Trump non ha esistato a sparare a zero su molte donne, sbeffeggiandole in diverse occasioni ed eludendo le regole del ‘politically correct’.

donald-trump-vs-the-wind-ss05Impossibile dimenticare le parole pronunciate nei confronti della giornalista di Fox, Megyn Kelly durante un suo intervento alle primarie a gennaio: “Il sangue le usciva dagli occhi, da ovunque”6 aveva detto, facendo riferimento alle mestruazioni della giornalista che l’aveva punzecchiato con le sue domande incalzanti. Nell’ultimo anno, Trump non ha risparmiato accuse sessiste anche nei confronti delle modelle, come nel caso di Heidi Klum. In un’intervista con una giornalista del “New York Times”, il tycoon aveva detto che la top model aveva perso punti nella sua scala di preferenze, affermando che “Purtroppo non è un dieci”7.

Il copione di questo personaggio si traduce banalmente nel seguente programma politico che qui sintetizziamo.

Il suo piano fiscale in particolare promette crescita economica e aumento dei posti di lavoro: obiettivo sarebbe rendere di nuovo l’America competitiva a livello globale. Trump vuole abbassare le aliquote fiscali per le imprese e le persone fisiche. Taglierà le imposte sul reddito delle imprese a 15% e diminuirà a tre i sette scaglioni esistenti riguardanti le persone fisiche.

Di spesa pubblica parla invece poco o niente il suo programma, nel quale probabilmente si spera che la riduzione delle imposte sia sufficiente per aumentare la base imponibile e scongiurare un ulteriore aumento del debito. Per quanto riguarda il commercio Trump vuole ridurre il disavanzo commerciale, rinegoziare l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA), ritirarsi dal TPP ed etichettare la Cina come nazione colpevole di manipolazione monetaria.

Sull’immigrazione, come molti sanno, Trump vorrebbe la creazione di un muro lungo il confine messicano perché secondo lui: “Una nazione senza confini non è una nazione”, l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita (ius soli), la collocazione degli statunitensi ai posti di comando e un piano che migliori i posti di lavoro, i salari e la sicurezza per tutti gli americani. È soprattutto su questi temi che Trump ha puntato per vincere le elezioni, proprio perché maggiormente funzionali per la sua narrazione imperniata sul noi/voi. Problematiche sociali come la criminalità trovano facilmente con questo storytelling un soggetto che funga da antieroe.

Per Trump il riscaldamento globale è solo una bufala: bisognerebbe invece puntare alle fonti fossili, quindi al petrolio, per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese. Una delle promesse fatte da Trump è lo smantellamento dell’EPA (Environmental Protection Agency), che si occupa della tutela dell’ambiente e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Vuole inoltre espandere le trivellazioni offshore e ridare slancio al carbone8.

Racconta Trump:

La differenza più importante tra le nostre proposte e quella dei nostri avversari è che noi mettiamo al primo posto l’America. L’americanismo, e non il globalismo, sarà il nostro credo. Finché saremo guidati da politici che non mettono l’America al primo posto, potete star certi che gli altri paesi non ci tratteranno con rispetto. Tutto questo cambierà nel 2017. Il popolo americano verrà di nuovo prima di tutto il resto. Cominceremo con il ripristinare la sicurezza a casa nostra: quartieri sicuri, confini sicuri, protezione dal terrorismo. Non può esserci nessuna prosperità senza legge e ordine.9

Abbiamo qui un passaggio chiave, come accennato, della ‘poetica’ di Trump cioè quella basata sull’individuazione di un antieroe che lo aiuti a creare tensione narrativa di concerto con un eroe che possa fornire protezione ai deboli e agli oppressi.

Ho visitato le fabbriche che hanno licenziato lavoratori, e le comunità che sono state distrutte da questi terribili e ingiusti trattati commerciali. Queste sono le persone dimenticate dal nostro paese. Persone che lavorano sodo ma che non hanno più una voce. Io sono la vostra voce10.

L’antieroe è ruolo giocato, a seconda delle necessità, sia dal globalismo che renderebbe anche gli Usa insovrani disegnando una situazione di ingerenza della finanza nel campo politico, sia dalla Cina o dagli immigrati. Trump sarebbe l’eroe, il cavaliere senza macchia che ha l’obiettivo di proteggere e difendere tutti gli americani e tutto fa gioco in questo, rivolgendosi anche alla fetta di elettorato afferente al senatore democratico Bernie Sanders: gli operai.

Ma il problema più evidente, che grazie a questa narrazione passa incredibilmente in secondo piano, è che questo ruolo lo interpreta proprio Trump che è un investitore immobiliare, ha un patrimonio stimato di 4,1 miliardi di dollari, è noto per le sue strategie aggressive di brand management e ha affinato le sue capacità drammaturgiche in film e serie televisive, apparizioni in concorsi di bellezza e ha raggiunto una enorme popolarità grazie al programma televisivo ‘The Apprentice’ da lui stesso prodotto e condotto fra il 2004 e il 2005. Trump da solo, insomma, è agente strutturale del campo economico-finanziario.

La mia avversaria chiede ai suoi sostenitori di recitare una promessa di lealtà: “I’m with her”. Io ho scelto di recitare una promessa diversa. “I’m with you”. Io sono la vostra voce. A ogni genitore che ha sogni per il futuro del suo bambino, a ogni bambino che ha sogni per il suo futuro, io vi dico questo stasera: sono con voi, combatterò per voi, vincerò per voi11.

Trump qui punta direttamente all’elettorato della Clinton, giocando sulla differenza tra ilUS presidential debate, St. Louis, USA - 09 Oct 2016 suo slogan e quello dell’avversaria che utilizza la terza persona singolare. La seconda persona chiama direttamente in causa l’astante, cercando di coinvolgerlo direttamente in un’aura emotiva che ricorda molto quella generata da ‘Uncle Sam’, il manifesto disegnato nel 1917 da James Montgomery Flagg utilizzato sia nella prima che nella seconda guerra mondiale per reclutare soldati.

Ma è sull’immigrazione che il racconto di Trump si esalta meglio, trovando terreno fertile in quanto l’argomento ‘confini e frontiere’ si adatta benissimo alla sua struttura, e colloca geo­graficamente un ‘noi buono’ contrapposto ad un ‘voi cattivo’.

È il nostro diritto, come nazione sovrana, scegliere quegli immigrati che qui possono avere successo, che sanno assimilarsi, e che amano l’America. Gli altri, via: costruirò il Muro, deporterò i criminali, niente sanatoria per i clandestini. […] è interesse comune sigillare la frontiera, chiuderla col Muro, sconfiggere il traffico di droga, i criminali, i clandestini.


[…] Il muro lo costruirò e lo farò pagare ai messicani, al 100%, non lo hanno ancora capito. Zero tolleranza per i criminali stranieri: dopo l’arresto sarà deportazione immediata, nessun rilascio in attesa di giudizio. Farò una lista di nazioni a rischio, per le quali l’immigrazione sarà sospesa: a cominciare da Siria e Libia. Esami d’ingresso estremi, per chi viene da tutte le zone a rischio. La mia riforma dell’immigrazione sarà finalmente nell’interesse vostro, dei lavoratori americani. I clandestini dovranno andarsene tutti da qui, 11 milioni o quanti sono, poi rientreranno solo se avranno le carte in regola
12.

Inoltre la narrazione di Trump, di matrice indubbiamente populista e demagogica, oltre ad essere imperniata su un divide et impera evidente, si pone come punto di riferimento in epoca post-ideologica caratterizzata anche dal caos determinato dalla sovrabbondanza di informazione. Abbiamo descritto in precedenza, lungo o svolgimento del capitolo 4, le potenzialità che intrinsecamente ha sia sugli astanti che sul campo mediatico esautorato, una narrazione sensazionalistica che fa leva su una certa domanda di stories morbose. Trump soddisfa anche questo requisito (dal punto di vista dello storytelling management) e gli insulti, il turpiloquio, gli attacchi a qualunque figura o categoria scomoda, i gesti, financo la postura sono funzionali al raggiungimento dello scopo. Scopo che peraltro ha raggiunto essendo stato eletto l’8 novembre 2016 il 45° Presidente degli Stati Uniti.

Non si vuole qui affatto esprimere giudizi di valore rispetto all’operato di Donald Trump in campagna elettorale, quanto semmai denunciare quanto nella attuale situazione di ipertrofia del campo economico-finanziario, di insovranità del campo politico, di caos dei saperi e frammentarietà dell’informazione a sua volta suffragata dall’espansione del 2.0, il populismo e il linguaggio demagogico organizzati attorno alla struttura narrativa descritta in precedenza, attraggono di più un pubblico arrabbiato, livoroso, deluso e dalla capacità di attenzione bassa. “Con Twitter si è dato diritto di parola a legioni di imbecilli” tuonava U. Eco, sottolineando che: “sono quelli che parlavano al bar dopo due o tre bicchieri di rosso, e quindi non danneggiavano la società, oggi questa gente ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Questi “imbecilli” sono appunto “le­gioni” e viene in mente quanto possa essere facile in questa situazione vincere le elezioni presidenziali Usa caratterizzate dal sistema dei grandi elettori13.

Trump rispetto al predecessore Obama e alla sua stessa avversaria Hillary Clinton ha speso molto meno per la campagna elettorale perché ha investito tantissimo sul 2.0 e su Twitter, dimostrando, oltre ad aver incentrato la sua comunicazione su un tipo ben preciso di storytelling management adattato al campo politico, di aver ben compreso in prima persona come scalare la catena mediatica a partire dai social per ottenere visibilità quasi gratis.

Gli elettori stanno su Internet nell’epoca narrativa, e solo preso atto di ciò si comprende meglio come abbia potuto Trump, malgrado i sondaggi nettamente favorevoli, vincere le elezioni americane.

Entriamo però di più nel merito. Per quanto riguarda You Tube, Trump ha, a novembre 2016, una media di 30.000 spettatori per stream, la Clinton 500. Su Instagram Trump 2.5 milioni di followers, Clinton 2.1 milioni. Su Facebook 10.772 milioni di fans, Clinton 6.171 milioni. Negli istant pool della “Cnn” successivi al ‘dibattito tv dei record’ tra Clinton e Trump del settembre 2016 (seguito da circa cento milioni di persone) il 62% degli spettatori ha assegnato la vittoria alla candidata de­mocratica ma il più menzionato su Twitter è stato Trump. Il tycoon non ha speso un dollaro in pubblicità televisive. Dice infatti Dario Vignali: “Sembra incredibile, ma è così: a differenza della Clinton, che produce spot televisivi e compra spazi a profusione, Trump non ha dato un dollaro a questo media tradizionale, pur ottenendo su di esso molta più visibilità della Clinton”14.

Invece di pagare acquistando spazi pubblicitari nei vari media tradizionali il neopresidente Usa ha fatto in modo di attirare i media su di sé adottando strategie che li portassero a parlare di lui di default, quindi gratuitamente.

Come fa Donald Trump ad attirare i media?

Trump fa notizia grazie ai suoi tweet e ai suoi post, quindi scala la catena mediatica.

Scalare la catena mediatica significa partire da un media inferiore (per costi e portata) e finire gradualmente su media superiori.

Per esempio: faccio un tweet – il tweet viene ripreso da un giornale – la notizia del giornale viene ripresa dal telegiornale – vieni invitato dai talk show televisivi la sera.

Con un tweet ben fatto sei finito in tv. Gratis.

Trump inoltre, quando va in tv, dice cose altrettanto forti e controverse dei suoi tweet, oppure estremamente argute, che vengono riprese dai giornali del giorno dopo e dai media internazionali. E il circolo virtuoso continua. In tutto il mondo non si può fare a meno di parlare di lui15.

Inoltre c’è da registrare il dato sul suo comportamento esclusivamente all’interno dei social: il repubblicano ha sempre dedicato molta attenzione alla fidelizzazione degli influencer. Caso ha voluto che Justien Bieber, idolo delle teenager, ponesse, durante la campagna elettorale un like ad un post di Trump. L’imprenditore non si fece sfuggire l’occasione e invitò il cantante ad un evento offrendogli ben cinque milioni di dollari (del Partito Repubblicano però). Il manager di Bieber mandò a monte tutto facendo endorsement per la Clinton, ma questo ha costituito uno spot che ha fatto il giro del mondo e ottenuto gratuitamente. Infatti, nonostante il fatto che il concerto non si sia fatto tutti hanno saputo che Bieber simpatizza per Trump, che a sua volta ha goduto della potenza di un testimonial di fama internazionale.

Gli elettori oggi passano più tempo online, almeno due ore per ogni ora spesa guardando la tv”16, ha spiegato il consulente politico e partner di Google, Frank Luntz. Questo dato unito a quello sui ‘nuovi analfabeti’ o analfabeti funzionali dà la misura della potenza di tale approccio in campo politico.

Trump dal vivo e sui social usa frasi corte e parole semplici (come ‘vittoria’, in inglese win, al posto di ‘successo’, successful), evita termini tecnici oppure li spiega. Se si parla di una “trattato economico con i paesi asiatici” lui dice “fare affari con la Cina” e così via.

Gli americani sono un popolo di analfabeti funzionali.

Secondo gli ultimi dati stilati dal Dipartimento per l’educazione USA ben 32 milioni di americani ha difficoltà nella lettura. Un americano su sette ha dimostrato di avere un vocabolario molto limitato, di non capire il significato di molte delle parole e di non riconoscere i termini dal loro slang.

Solo il 13% della popolazione è autosufficiente in queste tre aree: la capacità di comparare due punti di vista, come due editoriali; la capacità di interpretare una tabella della pressione del sangue con età e attività fisica; o di comparare il costo all’etto degli alimenti.

Per parlare agli americani quindi Trump ha capito che deve usare un linguaggio elementare17.

Sappiamo inoltre che Trump, differentemente dai predecessori repubblicani o della stessa Clinton, non si circonda di uno staff numeroso al fine di controllare pedissequamente i testi ral­lentando di fatto tutta la comunicazione, ma twitta spesso in prima persona, altro elemento gradito alla logica dei social che vogliono si nuove opinioni, ma semplici e subito. Ciò paradossalmente pone fine in un certo senso all’età dei grandi guru della comunicazione puri, strapagati e forse anacronistici considerando anche gli ultimi risultati negativi che hanno incassato in Europa. In questo caso Trump accentra in sé la figura dello spin doctor eliminando buona parte della fase di filtraggio in quanto sia la logica neoliberista del campo economico – finanziario sia la media logic di un sottocampo mediatico esautorato e rivoluzionato dagli sviluppi del 2.0 suffragano giocoforza comportamenti istintivi, emotivi, molto semplici, brevi, immediati e aggressivi. E questi comportamenti, a loro volta, ben si adattano ad una narrazione che predilige fantomatici eroi contro fantomatici cattivi all’interno di un nuovo teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza. Ciò per quanto riguarda i tempi brevi e le campagne elettorali.

Per quanto riguarda i contenuti, come dicevamo, vale sempre la chiosa di Carville “I fatti parlano ma le storie fanno vendere”, e ha ragione. Ma il campo politico dovrebbe avere nel ruolo di astanti degli agenti elettori, non consumatori di storie e fiction, status quo che certifica altresì un campo politico insovrano ed esautorato. La riflessività è bandita, è noiosa e necessita di un lavoro critico da parte del fruitore che oggi non può più fare. È lo stesso Carville a spiegarcelo:

Perché per i democratici è così difficile vincere le elezioni? Perché recitano una prevedibile litania: “Credo nel diritto del­le donne a decidere della propria vita. Credo che un buon sistema scolastico sia per noi essenziale. Sono per il salario minimo”. Bla, bla, bla. È come quando facevo il chierichetto: “Credo nella verginità di Maria. Credo in questo e in quello”. Ma il “vero” racconto (del Vangelo, ndr) è questo: “Eravamo un gruppo di pescatori e Gesù è venuto: è morto e ha dato il suo sangue per salvare tutti noi”.18

Se riuscirà il ‘Trump redentore a realizzare il suo programma è un altro paio di maniche. Il fact checking necessita dei tempi lunghi e chi, come l’imprenditore, conosce e si muove all’interno dell’attuale paradigma caratterizzato da frammentazione, elasticità e cambiamento perenne probabilmente teme poco di essere smascherato. Perlomeno, ripetiamo, a fronte di un campo politico eterodiretto.

1J. Carville-P. Begala, Back Up, Suck Up and Come Back when You Foul Up. 12 Winning Secrets from the War Room, Simon & Schuster, New York, 2002, p. 109.

2Alma Pantaleo, Ecco i segreti del successo di Donald Trump. Intervista a Francesco Bogliari, “Formiche”, 2016. Disponibile in http://formiche.net/2016/11/10/ecco-quali-sono-segreti-del-successo-di-trump-parla-francesco-bogliari/.

3Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

7Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

8Riccardo Pizzorno, Elezioni Usa 2016, i programmi economici di Clinton e Trump a confronto, in “Il Fatto Quotidiano.it”, ottobre 2016, disponibile in http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/24/elezioni-usa-2016-i-programmi-economici-di-clinton-e-trump-a-confronto/3118197/.

9Donald Trump, Discorso presso la Convention Repubblicana, Cleveland, luglio 2016, disponibile in http://www.ilpost.it/2016/07/22/discorso-finale-convention-trump/.

10Ibidem.

11Ibidem.

12In Federico Rampini, “Usa, Trump sugli immigrati: “Tolleranza zero con i criminali””, “Repubblica.it”, settembre 2016, disponibile in http://www.repubblica.it/esteri/2016/2016/09/01news/usa_messico_trump_migranti_146986553/.

13Vale la pena ricordare che sono stati 64.223.958 voti in favore di Hillary Clinton, mentre il presidente eletto ne ha ottenuti 62.206.395. Non cam­bia però il numero dei grandi elettori: il tycoon ne ha conquistati oltre 300, molti di più dei 270 necessari per vincere alla Casa Bianca. Sono circa due milioni i voti in più ricevuti dalla democratica, che però è stata sconfitta. È l’effetto della legge elettorale con cui gli Stati Uniti eleggono il loro presidente. O meglio eleggono, in realtà, 538 grandi elettori che, con un’elezione di secondo livello, sceglieranno poi l’inquilino della Casa Bianca. La vittoria di Trump è l’effetto del maggioritario e negli Usa funziona così da sempre. Per un maggiore approfondimento http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/11/23/clinton-ha-avuto-2-mln-voti-piu-di-trump_fc5177e0-7e56-47ec-bbfc-331deb5e0c1f.html.

14Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

15Ibidem.

16Ibidem. Per maggiori chiarimenti vedere anche L. Landò, George Lakoff: Carisma e battute, la formula Trump parla direttamente al nostro cervello, “Repubblica.it”, luglio 2016, disponibile in http://www.repub­blica.it/esteri/2016/07/21/news/george_lakoff_carisma_e_battute_la_formula_trump_parla_direttamente_al_nostro_cervello_-144553118/.

17In Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

18James Carville dissecting the Dems, in Newsweek, ottobre 2006, citato in Christian Salmon, Storytelling, La fabbrica delle storie, Fazi Editore, Roma, 2008, p. 101.