Donald Trump: scienza e tecnica del populismo di matrice post-materialista

Potrei sparare a qualcuno e non perdere voti“, diceva il neopresidente Usa in campagna elettorale. E non scherzava.
Analisi della narrazione di Donald Trump: uno storytelling impulsivo, ma ben pianificato soprattutto nella sua strategia social.

TRUMP

La narrazione di Donald Trump, nella recente campagna elettorale per l’elezione del Presidente Usa che lo vedeva contrapposto alla democratica Hillary Clinton, oltre a collocarsi banalmente a destra, se pur alla maniera post ideologica che contraddistingue i vari populismi di questa matrice anche in Europa (si pensi al movimento della Le Pen in Francia, Salvini in Italia e Farage in Gran Bretagna), è stato caratterizzato nel merito dal teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza.

Una story, o meglio una struttura di story, tanto cara ai repubblicani; contrapponendo un ‘noi’ ad un ‘voi’ a vario titolo si evoca un fantomatico modello di eroe che lotta contro non meglio precisate ‘forze del male’ responsabili, a seconda della necessità, di questa o quella criticità in seno alla società. La struttura della storia in questa maniera agisce in maniera top down sul programma elettorale nel merito; ovvero ha un diritto di prelazione sulle questioni reali che, se elencate e descritte diligentemente come farebbe un bravo sindacalista, non avrebbero la stessa presa sul pubblico/elettore. Insomma la storia viene preferita alla ‘litania’ e noi assumiamo che la story coopti in questo caso il programma. D’altra parte sempre Carville sostiene che: “I fatti parlano, ma le storie fanno vendere”1.

Nel metodo Trump esegue la sua performance con un alto uso del turpiloquio,Trump-Salvini dell’attacco personale agli avversari, dello scherno anche di bassa lega e, in generale, utilizza un linguaggio poco ‘politically correct’, oltre che Twitter magistralmente.

Il linguaggio di Trump, secondo alcuni giornalisti, sopperirebbe al gap di reddito che separa il tycoon nei confronti della maggioranza dei cittadini a cui pretende di dare voce, rendendolo maggiormente autentico e adatto a fare da megafono all’America arrabbiata2.

Dagli immigrati che vorrebbe ‘deportare’, all’ex miss Universo Alicia Machado, ribattezzata ‘Miss Piggy’, passando per modelle, giornalisti e disabili. Sono numerose le frasi choc pronunciate dal neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso della campagna elettorale, durante la quale sono finiti in molti nel suo mirino, prima su tutti ovviamente, ‘Crooked Hillary’, Hillary la corrotta, come aveva ribattezzato la sua avversaria.

È il Trump ‘politicamente scorretto’, che vanta una lunga sequela di gaffe e battutacce, per non parlare dell’imbarazzante uscita con un giornalista disabile del “New York Times”, Serge Kovaleski, affetto da artrogriposi e sbeffeggiato dal tycoon in mondovisione, che ne ha scimmiottato i gesti.

Ma il tycoon ha gettato più volte fango anche sui suoi ‘vicini di casa’, i cittadini messicani, affermando che sin dal primo giorno del suo insediamento intende costruire un muro lungo la frontiera con il Messico, che a suo dire sarà “impenetrabile, alto, reale, potente, bello, interamente pagato dal Messico”, anticipando anche la sua intenzione di creare una “forza speciale per le deportazioni3.

Tante le uscite infelici di Trump, come quando, parlando a un comizio elettorale a Ashburn, in Virginia, ha chiesto a una mamma, anche se in maniera scherzosa, di portare via il suo bambino che non smetteva di piangere o come quando se la prese con un tecnico del suono per via di un microfono malfunzionante. O quando, facendo riferimento alla fedeltà dei suoi sostenitori, ha esordito dicendo: “Potrei sparare a qualcuno e non perderei voti”4.

Le donne però, in particolare, sembrano tra i bersagli prediletti da Trump. La “Cnn” ha fatto emergere altri audio che mostrano il linguaggio volgare e sessista del miliardario, che non ha risparmiato neanche la figlia Ivanka, definita “a piece of ass5. A più riprese Trump non ha esistato a sparare a zero su molte donne, sbeffeggiandole in diverse occasioni ed eludendo le regole del ‘politically correct’.

donald-trump-vs-the-wind-ss05Impossibile dimenticare le parole pronunciate nei confronti della giornalista di Fox, Megyn Kelly durante un suo intervento alle primarie a gennaio: “Il sangue le usciva dagli occhi, da ovunque”6 aveva detto, facendo riferimento alle mestruazioni della giornalista che l’aveva punzecchiato con le sue domande incalzanti. Nell’ultimo anno, Trump non ha risparmiato accuse sessiste anche nei confronti delle modelle, come nel caso di Heidi Klum. In un’intervista con una giornalista del “New York Times”, il tycoon aveva detto che la top model aveva perso punti nella sua scala di preferenze, affermando che “Purtroppo non è un dieci”7.

Il copione di questo personaggio si traduce banalmente nel seguente programma politico che qui sintetizziamo.

Il suo piano fiscale in particolare promette crescita economica e aumento dei posti di lavoro: obiettivo sarebbe rendere di nuovo l’America competitiva a livello globale. Trump vuole abbassare le aliquote fiscali per le imprese e le persone fisiche. Taglierà le imposte sul reddito delle imprese a 15% e diminuirà a tre i sette scaglioni esistenti riguardanti le persone fisiche.

Di spesa pubblica parla invece poco o niente il suo programma, nel quale probabilmente si spera che la riduzione delle imposte sia sufficiente per aumentare la base imponibile e scongiurare un ulteriore aumento del debito. Per quanto riguarda il commercio Trump vuole ridurre il disavanzo commerciale, rinegoziare l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA), ritirarsi dal TPP ed etichettare la Cina come nazione colpevole di manipolazione monetaria.

Sull’immigrazione, come molti sanno, Trump vorrebbe la creazione di un muro lungo il confine messicano perché secondo lui: “Una nazione senza confini non è una nazione”, l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita (ius soli), la collocazione degli statunitensi ai posti di comando e un piano che migliori i posti di lavoro, i salari e la sicurezza per tutti gli americani. È soprattutto su questi temi che Trump ha puntato per vincere le elezioni, proprio perché maggiormente funzionali per la sua narrazione imperniata sul noi/voi. Problematiche sociali come la criminalità trovano facilmente con questo storytelling un soggetto che funga da antieroe.

Per Trump il riscaldamento globale è solo una bufala: bisognerebbe invece puntare alle fonti fossili, quindi al petrolio, per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese. Una delle promesse fatte da Trump è lo smantellamento dell’EPA (Environmental Protection Agency), che si occupa della tutela dell’ambiente e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Vuole inoltre espandere le trivellazioni offshore e ridare slancio al carbone8.

Racconta Trump:

La differenza più importante tra le nostre proposte e quella dei nostri avversari è che noi mettiamo al primo posto l’America. L’americanismo, e non il globalismo, sarà il nostro credo. Finché saremo guidati da politici che non mettono l’America al primo posto, potete star certi che gli altri paesi non ci tratteranno con rispetto. Tutto questo cambierà nel 2017. Il popolo americano verrà di nuovo prima di tutto il resto. Cominceremo con il ripristinare la sicurezza a casa nostra: quartieri sicuri, confini sicuri, protezione dal terrorismo. Non può esserci nessuna prosperità senza legge e ordine.9

Abbiamo qui un passaggio chiave, come accennato, della ‘poetica’ di Trump cioè quella basata sull’individuazione di un antieroe che lo aiuti a creare tensione narrativa di concerto con un eroe che possa fornire protezione ai deboli e agli oppressi.

Ho visitato le fabbriche che hanno licenziato lavoratori, e le comunità che sono state distrutte da questi terribili e ingiusti trattati commerciali. Queste sono le persone dimenticate dal nostro paese. Persone che lavorano sodo ma che non hanno più una voce. Io sono la vostra voce10.

L’antieroe è ruolo giocato, a seconda delle necessità, sia dal globalismo che renderebbe anche gli Usa insovrani disegnando una situazione di ingerenza della finanza nel campo politico, sia dalla Cina o dagli immigrati. Trump sarebbe l’eroe, il cavaliere senza macchia che ha l’obiettivo di proteggere e difendere tutti gli americani e tutto fa gioco in questo, rivolgendosi anche alla fetta di elettorato afferente al senatore democratico Bernie Sanders: gli operai.

Ma il problema più evidente, che grazie a questa narrazione passa incredibilmente in secondo piano, è che questo ruolo lo interpreta proprio Trump che è un investitore immobiliare, ha un patrimonio stimato di 4,1 miliardi di dollari, è noto per le sue strategie aggressive di brand management e ha affinato le sue capacità drammaturgiche in film e serie televisive, apparizioni in concorsi di bellezza e ha raggiunto una enorme popolarità grazie al programma televisivo ‘The Apprentice’ da lui stesso prodotto e condotto fra il 2004 e il 2005. Trump da solo, insomma, è agente strutturale del campo economico-finanziario.

La mia avversaria chiede ai suoi sostenitori di recitare una promessa di lealtà: “I’m with her”. Io ho scelto di recitare una promessa diversa. “I’m with you”. Io sono la vostra voce. A ogni genitore che ha sogni per il futuro del suo bambino, a ogni bambino che ha sogni per il suo futuro, io vi dico questo stasera: sono con voi, combatterò per voi, vincerò per voi11.

Trump qui punta direttamente all’elettorato della Clinton, giocando sulla differenza tra ilUS presidential debate, St. Louis, USA - 09 Oct 2016 suo slogan e quello dell’avversaria che utilizza la terza persona singolare. La seconda persona chiama direttamente in causa l’astante, cercando di coinvolgerlo direttamente in un’aura emotiva che ricorda molto quella generata da ‘Uncle Sam’, il manifesto disegnato nel 1917 da James Montgomery Flagg utilizzato sia nella prima che nella seconda guerra mondiale per reclutare soldati.

Ma è sull’immigrazione che il racconto di Trump si esalta meglio, trovando terreno fertile in quanto l’argomento ‘confini e frontiere’ si adatta benissimo alla sua struttura, e colloca geo­graficamente un ‘noi buono’ contrapposto ad un ‘voi cattivo’.

È il nostro diritto, come nazione sovrana, scegliere quegli immigrati che qui possono avere successo, che sanno assimilarsi, e che amano l’America. Gli altri, via: costruirò il Muro, deporterò i criminali, niente sanatoria per i clandestini. […] è interesse comune sigillare la frontiera, chiuderla col Muro, sconfiggere il traffico di droga, i criminali, i clandestini.


[…] Il muro lo costruirò e lo farò pagare ai messicani, al 100%, non lo hanno ancora capito. Zero tolleranza per i criminali stranieri: dopo l’arresto sarà deportazione immediata, nessun rilascio in attesa di giudizio. Farò una lista di nazioni a rischio, per le quali l’immigrazione sarà sospesa: a cominciare da Siria e Libia. Esami d’ingresso estremi, per chi viene da tutte le zone a rischio. La mia riforma dell’immigrazione sarà finalmente nell’interesse vostro, dei lavoratori americani. I clandestini dovranno andarsene tutti da qui, 11 milioni o quanti sono, poi rientreranno solo se avranno le carte in regola
12.

Inoltre la narrazione di Trump, di matrice indubbiamente populista e demagogica, oltre ad essere imperniata su un divide et impera evidente, si pone come punto di riferimento in epoca post-ideologica caratterizzata anche dal caos determinato dalla sovrabbondanza di informazione. Abbiamo descritto in precedenza, lungo o svolgimento del capitolo 4, le potenzialità che intrinsecamente ha sia sugli astanti che sul campo mediatico esautorato, una narrazione sensazionalistica che fa leva su una certa domanda di stories morbose. Trump soddisfa anche questo requisito (dal punto di vista dello storytelling management) e gli insulti, il turpiloquio, gli attacchi a qualunque figura o categoria scomoda, i gesti, financo la postura sono funzionali al raggiungimento dello scopo. Scopo che peraltro ha raggiunto essendo stato eletto l’8 novembre 2016 il 45° Presidente degli Stati Uniti.

Non si vuole qui affatto esprimere giudizi di valore rispetto all’operato di Donald Trump in campagna elettorale, quanto semmai denunciare quanto nella attuale situazione di ipertrofia del campo economico-finanziario, di insovranità del campo politico, di caos dei saperi e frammentarietà dell’informazione a sua volta suffragata dall’espansione del 2.0, il populismo e il linguaggio demagogico organizzati attorno alla struttura narrativa descritta in precedenza, attraggono di più un pubblico arrabbiato, livoroso, deluso e dalla capacità di attenzione bassa. “Con Twitter si è dato diritto di parola a legioni di imbecilli” tuonava U. Eco, sottolineando che: “sono quelli che parlavano al bar dopo due o tre bicchieri di rosso, e quindi non danneggiavano la società, oggi questa gente ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Questi “imbecilli” sono appunto “le­gioni” e viene in mente quanto possa essere facile in questa situazione vincere le elezioni presidenziali Usa caratterizzate dal sistema dei grandi elettori13.

Trump rispetto al predecessore Obama e alla sua stessa avversaria Hillary Clinton ha speso molto meno per la campagna elettorale perché ha investito tantissimo sul 2.0 e su Twitter, dimostrando, oltre ad aver incentrato la sua comunicazione su un tipo ben preciso di storytelling management adattato al campo politico, di aver ben compreso in prima persona come scalare la catena mediatica a partire dai social per ottenere visibilità quasi gratis.

Gli elettori stanno su Internet nell’epoca narrativa, e solo preso atto di ciò si comprende meglio come abbia potuto Trump, malgrado i sondaggi nettamente favorevoli, vincere le elezioni americane.

Entriamo però di più nel merito. Per quanto riguarda You Tube, Trump ha, a novembre 2016, una media di 30.000 spettatori per stream, la Clinton 500. Su Instagram Trump 2.5 milioni di followers, Clinton 2.1 milioni. Su Facebook 10.772 milioni di fans, Clinton 6.171 milioni. Negli istant pool della “Cnn” successivi al ‘dibattito tv dei record’ tra Clinton e Trump del settembre 2016 (seguito da circa cento milioni di persone) il 62% degli spettatori ha assegnato la vittoria alla candidata de­mocratica ma il più menzionato su Twitter è stato Trump. Il tycoon non ha speso un dollaro in pubblicità televisive. Dice infatti Dario Vignali: “Sembra incredibile, ma è così: a differenza della Clinton, che produce spot televisivi e compra spazi a profusione, Trump non ha dato un dollaro a questo media tradizionale, pur ottenendo su di esso molta più visibilità della Clinton”14.

Invece di pagare acquistando spazi pubblicitari nei vari media tradizionali il neopresidente Usa ha fatto in modo di attirare i media su di sé adottando strategie che li portassero a parlare di lui di default, quindi gratuitamente.

Come fa Donald Trump ad attirare i media?

Trump fa notizia grazie ai suoi tweet e ai suoi post, quindi scala la catena mediatica.

Scalare la catena mediatica significa partire da un media inferiore (per costi e portata) e finire gradualmente su media superiori.

Per esempio: faccio un tweet – il tweet viene ripreso da un giornale – la notizia del giornale viene ripresa dal telegiornale – vieni invitato dai talk show televisivi la sera.

Con un tweet ben fatto sei finito in tv. Gratis.

Trump inoltre, quando va in tv, dice cose altrettanto forti e controverse dei suoi tweet, oppure estremamente argute, che vengono riprese dai giornali del giorno dopo e dai media internazionali. E il circolo virtuoso continua. In tutto il mondo non si può fare a meno di parlare di lui15.

Inoltre c’è da registrare il dato sul suo comportamento esclusivamente all’interno dei social: il repubblicano ha sempre dedicato molta attenzione alla fidelizzazione degli influencer. Caso ha voluto che Justien Bieber, idolo delle teenager, ponesse, durante la campagna elettorale un like ad un post di Trump. L’imprenditore non si fece sfuggire l’occasione e invitò il cantante ad un evento offrendogli ben cinque milioni di dollari (del Partito Repubblicano però). Il manager di Bieber mandò a monte tutto facendo endorsement per la Clinton, ma questo ha costituito uno spot che ha fatto il giro del mondo e ottenuto gratuitamente. Infatti, nonostante il fatto che il concerto non si sia fatto tutti hanno saputo che Bieber simpatizza per Trump, che a sua volta ha goduto della potenza di un testimonial di fama internazionale.

Gli elettori oggi passano più tempo online, almeno due ore per ogni ora spesa guardando la tv”16, ha spiegato il consulente politico e partner di Google, Frank Luntz. Questo dato unito a quello sui ‘nuovi analfabeti’ o analfabeti funzionali dà la misura della potenza di tale approccio in campo politico.

Trump dal vivo e sui social usa frasi corte e parole semplici (come ‘vittoria’, in inglese win, al posto di ‘successo’, successful), evita termini tecnici oppure li spiega. Se si parla di una “trattato economico con i paesi asiatici” lui dice “fare affari con la Cina” e così via.

Gli americani sono un popolo di analfabeti funzionali.

Secondo gli ultimi dati stilati dal Dipartimento per l’educazione USA ben 32 milioni di americani ha difficoltà nella lettura. Un americano su sette ha dimostrato di avere un vocabolario molto limitato, di non capire il significato di molte delle parole e di non riconoscere i termini dal loro slang.

Solo il 13% della popolazione è autosufficiente in queste tre aree: la capacità di comparare due punti di vista, come due editoriali; la capacità di interpretare una tabella della pressione del sangue con età e attività fisica; o di comparare il costo all’etto degli alimenti.

Per parlare agli americani quindi Trump ha capito che deve usare un linguaggio elementare17.

Sappiamo inoltre che Trump, differentemente dai predecessori repubblicani o della stessa Clinton, non si circonda di uno staff numeroso al fine di controllare pedissequamente i testi ral­lentando di fatto tutta la comunicazione, ma twitta spesso in prima persona, altro elemento gradito alla logica dei social che vogliono si nuove opinioni, ma semplici e subito. Ciò paradossalmente pone fine in un certo senso all’età dei grandi guru della comunicazione puri, strapagati e forse anacronistici considerando anche gli ultimi risultati negativi che hanno incassato in Europa. In questo caso Trump accentra in sé la figura dello spin doctor eliminando buona parte della fase di filtraggio in quanto sia la logica neoliberista del campo economico – finanziario sia la media logic di un sottocampo mediatico esautorato e rivoluzionato dagli sviluppi del 2.0 suffragano giocoforza comportamenti istintivi, emotivi, molto semplici, brevi, immediati e aggressivi. E questi comportamenti, a loro volta, ben si adattano ad una narrazione che predilige fantomatici eroi contro fantomatici cattivi all’interno di un nuovo teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza. Ciò per quanto riguarda i tempi brevi e le campagne elettorali.

Per quanto riguarda i contenuti, come dicevamo, vale sempre la chiosa di Carville “I fatti parlano ma le storie fanno vendere”, e ha ragione. Ma il campo politico dovrebbe avere nel ruolo di astanti degli agenti elettori, non consumatori di storie e fiction, status quo che certifica altresì un campo politico insovrano ed esautorato. La riflessività è bandita, è noiosa e necessita di un lavoro critico da parte del fruitore che oggi non può più fare. È lo stesso Carville a spiegarcelo:

Perché per i democratici è così difficile vincere le elezioni? Perché recitano una prevedibile litania: “Credo nel diritto del­le donne a decidere della propria vita. Credo che un buon sistema scolastico sia per noi essenziale. Sono per il salario minimo”. Bla, bla, bla. È come quando facevo il chierichetto: “Credo nella verginità di Maria. Credo in questo e in quello”. Ma il “vero” racconto (del Vangelo, ndr) è questo: “Eravamo un gruppo di pescatori e Gesù è venuto: è morto e ha dato il suo sangue per salvare tutti noi”.18

Se riuscirà il ‘Trump redentore a realizzare il suo programma è un altro paio di maniche. Il fact checking necessita dei tempi lunghi e chi, come l’imprenditore, conosce e si muove all’interno dell’attuale paradigma caratterizzato da frammentazione, elasticità e cambiamento perenne probabilmente teme poco di essere smascherato. Perlomeno, ripetiamo, a fronte di un campo politico eterodiretto.

1J. Carville-P. Begala, Back Up, Suck Up and Come Back when You Foul Up. 12 Winning Secrets from the War Room, Simon & Schuster, New York, 2002, p. 109.

2Alma Pantaleo, Ecco i segreti del successo di Donald Trump. Intervista a Francesco Bogliari, “Formiche”, 2016. Disponibile in http://formiche.net/2016/11/10/ecco-quali-sono-segreti-del-successo-di-trump-parla-francesco-bogliari/.

3Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

7Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

8Riccardo Pizzorno, Elezioni Usa 2016, i programmi economici di Clinton e Trump a confronto, in “Il Fatto Quotidiano.it”, ottobre 2016, disponibile in http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/24/elezioni-usa-2016-i-programmi-economici-di-clinton-e-trump-a-confronto/3118197/.

9Donald Trump, Discorso presso la Convention Repubblicana, Cleveland, luglio 2016, disponibile in http://www.ilpost.it/2016/07/22/discorso-finale-convention-trump/.

10Ibidem.

11Ibidem.

12In Federico Rampini, “Usa, Trump sugli immigrati: “Tolleranza zero con i criminali””, “Repubblica.it”, settembre 2016, disponibile in http://www.repubblica.it/esteri/2016/2016/09/01news/usa_messico_trump_migranti_146986553/.

13Vale la pena ricordare che sono stati 64.223.958 voti in favore di Hillary Clinton, mentre il presidente eletto ne ha ottenuti 62.206.395. Non cam­bia però il numero dei grandi elettori: il tycoon ne ha conquistati oltre 300, molti di più dei 270 necessari per vincere alla Casa Bianca. Sono circa due milioni i voti in più ricevuti dalla democratica, che però è stata sconfitta. È l’effetto della legge elettorale con cui gli Stati Uniti eleggono il loro presidente. O meglio eleggono, in realtà, 538 grandi elettori che, con un’elezione di secondo livello, sceglieranno poi l’inquilino della Casa Bianca. La vittoria di Trump è l’effetto del maggioritario e negli Usa funziona così da sempre. Per un maggiore approfondimento http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/11/23/clinton-ha-avuto-2-mln-voti-piu-di-trump_fc5177e0-7e56-47ec-bbfc-331deb5e0c1f.html.

14Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

15Ibidem.

16Ibidem. Per maggiori chiarimenti vedere anche L. Landò, George Lakoff: Carisma e battute, la formula Trump parla direttamente al nostro cervello, “Repubblica.it”, luglio 2016, disponibile in http://www.repub­blica.it/esteri/2016/07/21/news/george_lakoff_carisma_e_battute_la_formula_trump_parla_direttamente_al_nostro_cervello_-144553118/.

17In Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

18James Carville dissecting the Dems, in Newsweek, ottobre 2006, citato in Christian Salmon, Storytelling, La fabbrica delle storie, Fazi Editore, Roma, 2008, p. 101.

Matteo Renzi: un manager dello storytelling politico

Analisi dei discorsi dell’ex premier; anatomia del suo stile e della sua narrazione.

renzi leader europei

Matteo Renzi inizia sin da giovanissimo la scalata in una delle roccaforti della sinistra italiana: Firenze; è il 1999 quan­do viene eletto nella sua città natale, prima segretario provin­ciale del Partito popolare, poi, nel 2001, della Margherita. Nel 2004 diventa Presidente della Provincia di Firenze e, nel giu­gno 2008, sfidando il suo partito che gli aveva proposto la can­didatura per il secondo mandato a capo della provincia fiorenti­na, si presenta alle primarie interne al Pd per la carica di sinda­co del capoluogo toscano e vince.

Quattro anni dopo, il 13 settembre 2012 Matteo Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie del centrosinistra. Conduce una campagna elettorale toccando, a bordo di un camper, tutte le province italiane; il 2 dicembre perde, al ballottaggio, contro Pier Luigi Bersani. Ci riprova nel 2013: l’8 dicembre diventa Segretario del Partito Democratico con il 68,1% dei consensi.

A seguito delle dimissioni rassegnate da Enrico Letta dopo la votazione a larghissima maggioranza (136 favorevoli contro 16 contrari), da parte della Direzione del Pd, di un documento dello stesso Renzi che proponeva la sostituzione del Governo presieduto da Letta e delle successive consultazioni di Giorgio Napolitano, il 16 febbraio 2014 il Presidente della Repubblica convoca Renzi al Quirinale per il giorno successivo per confe­rirgli l’incarico di formare un nuovo Governo, incarico che Renzi accetta. Preso atto dell’esito sfavorevole del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, il Governo Renzi rassegna le dimissioni tre giorni dopo

Solo con lui la sinistra italiana, perlomeno la parte del cam­po politico occupata dal Pd ad oggi, viene definitivamente in­vasa dal metodo di comunicazione neoliberista improntato at­tualmente dallo storytelling management. Finita l’epoca dei lo­ghi e di Berlusconi è con Renzi che nel campo politico italiano si apprezza l’evoluzione del culto del capo che agisce stavolta, al fine di acquisire elettori, mediante tecniche di narrazione tout court. Non solo: nel narrative turn, oltre alla rivoluzione determinata dal 2.0 che obbliga all’interazione costante e alla velocità della performance, vi è un cambio scenografico impor­tante che si evidenzia, a sinistra, con la fine dei richiami ideo­logici.

Dal teatro Obihall di Firenze il 9 dicembre 2013, Matteo Renzi pronuncia il primo discorso da Segretario del Partito De­mocratico. Il clima è festoso. Sotto il palco si agitano bandiere del PD che appaiono vessilli vintage, contrapposti alla sceno­grafia di maxi cubi colorati, ognuno con un messaggio in stile renziano, disseminati in ordine apparentemente casuale ma in realtà studiato, intorno al pulpito. Soppiantati anche gli inni storici della sinistra, come la classica Bandiera Rossa, con note pop in versione disco, a decibel assordanti: da ‘I love it’ delle ‘Icona Pop’ (il cui ritornello incalzante “I don’t care, I love it” fa pensare al famoso slogan kennediano lanciato da Walter Vel­troni, quando era segretario dei Ds, al congresso della Quercia nel 2000 tenutosi al Lingotto di Torino) a ‘La tua canzone’ dei ‘Negrita’ per terminare con ‘Ti porto via con me’ di Jovanotti; il passaggio dall’inno di identificazione alla colonna sonora, sen­za elementi di richiamo all’appartenenza, appare chiarissimo. L’atmosfera che si respira nella roccaforte renziana è più da convention statunitense che da comitato elettorale di un partito che rappresenta la storia della sinistra italiana. Un cambio sce­nografico che si traduce, sul piano retorico, nel tentativo di co­struire una nuova identità del Partito Democratico.

Renzi cerca sin dal suo debutto di incrementare la fiducia e l’entusiasmo in una storia nuova, di cui si candida a diventare il principale interprete. Una storia in grado di aggregare, di creare un Noi diverso da quello del passato, secondo categorie elabo­rate dal linguista George Lakoff1. Il ‘genitore premuroso’ in­terpretato storicamente dalla sinistra comincia con Renzi a scollegarsi dal suo naturale elettorato, fatto di studenti, operai, insegnanti, per far posto al ‘padre severo’ radicato nella storia politica di stampo conservatore, già interpretato da Berlusconi e che ha le sue radici in Reagan. Ciò ha prodotto, soprattutto mediante l’uso del linguaggio e di un certo tipo di storytelling, uno spostamento a destra del Partito Democratico. Ma come di­ceva il linguista americano: “Bisogna ricordarsi di non pensa­re all’elefante. […] se accettate il loro linguaggio e i loro fra­me e vi limitate a controbattere, sarete perdenti perché raffor­zerete il loro punto di vista”2. Infatti il Renzi vincente, para­dossalmente, le elezioni politiche non le ha mai vinte e se escludiamo le elezioni europee del maggio 2014, l’ex Sindaco di Firenze si è confrontato con gli elettori in maniera diretta solo con il referendum costituzionale del dicembre scorso che, del tutto personalizzato, ha visto una larghissima affermazione dei ‘No’.

Ad ogni modo il noi/voi renziano è stato fin dal 2010 imper­niato soprattutto sulla dicotomia giovane/vecchio.

Tocca a una nuova generazione, che non farà a meno di una generazione più esperta. Tocca a noi guidare la macchina, toc­ca a noi che andavamo alle medie quando cadeva il muro di Berlino, tocca a noi che siamo cresciuti cittadini globali di un mondo orfano della politica. Siamo cresciuti in un mondo dove le istituzioni internazionali non c’erano. Ci siamo resi conto che tocca a noi, perché abbiamo conosciuto l’euro e non l’Europa, che abbiamo lasciato in mano ai burocrati. Toc­ca a noi e siamo qui per dire che non ci tiriamo indietro.3

Renzi barbaLo stile ‘obamiano’, giovanilistico e antigerontocratico viene da Renzi esplicitato soprattutto all’interno del contenitore della sua kermesse, la Leopolda, il vero centro culturale che ha fon­dato e sdoganato il suo stile cool. L’americanismo di Renzi prende in prestito argomenti anche dalla destra repubblicana , cosa che, alla luce delle speculazioni di cui sopra, non stupisce. È la generazione, non l’ideologia, il carattere divisivo ed è evi­dente fin dall’inizio della sua carriera. Non è un caso che alle ‘Leopolde’ siano del tutto assenti simbologie e riferimenti al Partito Democratico, a testimoniare la relativa importanza attri­buita da Renzi al merito, al fine di concentrarsi sul metodo.

Obama prende una ‘tronata’ (sconfitta, ndr) storica, credo che fosse da trenta o quarant’anni che non si verificava un Con­gresso in quelle condizioni, e perché è successo? I giornali di­cono perché non è stato bravo a comunicare; forse, può darsi. A me piace pensare che quella scelta di cui lo accusano, vale a dire la riforma della sanità sia una delle scelte per cui vale il rischio di prendere una ‘tronata’.

Ci sono 11 milioni di bambini che non avevano copertura sa­nitaria e ora ce l’hanno.

E tuttavia Obama deve risalire la china, perché non è che ci si può crogiolare. Non c’è dubbio che debba recuperare in termi­ni di comunicazione, di economia e di messaggio al paese. E contemporaneamente pensate cosa succede alla destra ameri­cana: c’è un’immagine fantastica della destra americana, dicia­molo, perché abbiamo parlato di coraggio e di rischio in rife­rimento a Obama, certo. Obama è uno che alla Convention del 2000 di Los Angeles il partito democratico neanche lo fece entrare, perché non era tra i delegati. Perché questo gio­vane avvocato dell’Illinois non aveva titolo per stare dentro e quindi Obama è senz’altro un emblema di coraggio. Ma c’è (nel partito repubblicano, ndr) un altrettanto importante em­blema di coraggio; poi certo non è minimamente paragonabile (a Obama, ndr), ha un programma politico discutibile, ma c’è un ragazzo che è nato negli anni ’70, si chiama Marco Rubio e ha vinto le elezioni in Florida. È un repubblicano anche di quelli tosti, ma è il primo ispanico che sta realmente provando a cambiare la storia, anche quella del suo partito. Un pericolo­so e maleducato giovanotto degli anni ’70.

Ecco, finché gli Usa hanno la destra che crede in Rubio e noi abbiamo la destra che crede in Ruby, noi non andremo da nes­suna parte.4

Non per nulla il movimento di Renzi è stato a lungo cono­sciuto come quello dei ‘rottamatori’. Fin dalla prima Leopolda (dal nome della stazione dismessa di Firenze che ospita la ker­messe e che crea una sorta di ambiente simile al loft) è stata evidente la volontà dell’ex premier di pensionare definitiva­mente la vecchia classe dirigente del PD capitanata da Bersani.

Il Partito e il Paese discutono di una parola, una delle parole più importanti del mondo. I giornali e le agenzie sono pieni di una parola studiata a lungo nei laboratori della politica: la pa­rola ‘rottamazione’. Ora se quando ho fatto quell’intervista, avessi pensato che per due mesi il PD avrebbe parlato di rot­tamazione mi sarei sganasciato dalle risate. Ma vi rendete conto che si prende una espressione, qualcuno dice volgare, qualcuno dice plebea, qualcuno dice fuori luogo, e si applica alle persone come se io le volessi mettere in un compattatore di vite umane? Al di là del fatto che è preoccupante per chi lo dice l’idea di equiparare sé stesso alla propria carriera politica. Perché se io rottamo la tua carriera politica non significa che tu dopo non hai un futuro, hai una vita davanti, vivila! Hai una vita davanti vivila! Vivila lo stesso anche fuori dal palaz­zo!

Inoltre l’idea che sia la parola rottamazione a caratterizzarci è davvero divertente. Allora: “Rottamazione” mi dicono “ma la ridiresti?”. Sembra che io abbia picchiato qualcuno per la strada: “Lo rifaresti?” E io son lì che penso… e poi: “Hai det­to anche senza incentivi”. Io vorrei introdurre su questo un tema, che è quello della comunicazione. Perché noi non pos­siamo fingere di non fare i conti con la grande esigenza e ur­genza di trovare delle parole più comprensibili.

[…] Cosa significa il problema della comunicazione e della rottamazione? In primo noi abbiamo una emergenza; abbiamo gli stessi leader che sono lì da più di vent’anni e nel mondo normale i partiti rimangono fermi, fanno delle regole che con­sentono ai leader di cambiare. Da noi i partiti cambiano. Cam­biano il simbolo ci metti l’ulivo, ci metti la quercia, saccheg­giano tutta la flora e non c’è la possibilità di cambiare i leader perché si cambiano le regole di volta in volta. Questo è il pun­to! Questo è il punto! E guardate che su questo tema il giochi­no per cui: “Ganzo lui!” come si dice a Firenze “Ganzo lui, lo dice perché ci vuole andare lui!” ciò lo trovo uno degli ele­menti più tristi del retropensierismo. L’idea che uno in questo paese non sia libero di esprimere un’idea, di esprimere un’i­dea, magari sbagliata e di chiedere: “Ma correggetemi se ho sbagliato, ma ditemi dove sbaglio”, che subito si deve dire: “Lo vedi cosa c’è sotto?”. Guardate questo è un problema che sicuramente nel centro-destra c’è, ma ce l’abbiamo anche noi. L’idea che una persona non possa esprimere liberamente il proprio pensiero senza essere accusato di un interesse perso­nale.

Io sono Sindaco della città di Firenze che è la patria della po­litica, dove si è sempre parlato di politica. E allora fateci par­lare anche a noi all’interno di un partito che si chiama Partito Democratico, e che, lo dico con amicizia a Pierluigi Bersani, questo non può far paura, non deve far paura. Se ci chiamia­mo Partito Democratico allora discutiamo.5

La famosa intervista a cui faceva riferimento Renzi e che sdoganò il termine ‘rottamatori’ spiega meglio il cambio di pa­radigma propugnato dal segretario del PD, improntato sulla narrazione piuttosto che sulla simbologia. “Ma li vedete? Ber­lusconi ha fallito e noi stiamo a giocare ancora con le formule, le alchimie delle alleanze: un cerchio, due cerchi, nuovo Ulivo, vecchio Ulivo” diceva Renzi, aggiungendo che: “I nostri iscrit­ti, i simpatizzanti, i tanti delusi che aspetterebbero solo una parola chiara per tornare a impegnarsi, assistono sgomenti ad un imbarazzante Truman show. Pensando: ma quando si sve­glieranno dall’anestesia? Ma si rendono conto di aver perso contatto con la realtà?”6.

La sua oratoria punta a provocare un surriscaldamento per­cettivo, capace di stimolareRenzi dimissioni partecipazione, reazione, discussio­ne, interesse. La strategia comunicativa si concentra attorno al nucleo tematico del ‘nuovo’. Al campo semantico del ‘nuovo’ si oppone quello del ‘vecchio’: contrapposizione immediata non soltanto perché il nuovo è tale in quanto non è vecchio ma an­che perché nella sostanza dell’azione politica la dialettica nuo­vo/vecchio è, innanzitutto, contrapposizione tra modi di fare politica, tra fazioni e concezioni politiche.

Ad esempio:

Dobbiamo dire che possiamo essere riformisti non noiosi. Non solo i progetti massimalisti possono scaldare il cuore, si può dare un’anima al riformismo. Io credo che oggi coniugare il riformismo con la capacità di appassionare le persone signi­fica scaldare i cuori […] Non basta più sentirsi raccontare quanto è stata bella la loro storia, è il momento di scrivere la nostra storia. Abbiamo garantito solo chi ha garantito, abbia­mo parlato di lavoro organizzando i più grandi convegni, ma alla fine la disoccupazione è aumentata e il ceto medio è in difficoltà.7

Qui invece la disamina di Renzi sulla necessità di una classe politica giovane, a prescindere dall’orientamento politico, e che descrive l’impasse della sinistra tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, la cui causa secondo lui starebbe nel metodo stori­camente applicato alla discussione interna, che si articola gio­coforza nei tempi medio/lunghi. Nella velocità di esecuzione, in ultima analisi, starebbe la grande differenza sia con le destre, sia con il teatro politico apprezzabile all’estero.

[…] 1994: il PDS litiga fra dalemiani e veltroniani. Il presi­dente del Consiglio è Silvio Berlusconi. […] Il presidente Usa è Bill Clinton, dalla Francia a Napoli arriva Mitterrand. Dal­l’Inghilterra arriva Major, dalla Germania arriva Helmut Kohl, dalla Russia arriva Boris Yeltsin, e noi abbiamo Silvio Berlu­sconi, noi ci dividiamo tra veltroniani e dalemiani. Nel 2001 noi ci dividiamo tra dalemiani e veltroniani, il presidente del Consiglio si chiama Silvio Berlusconi. Al vertice internazio­nale a Genova (G8, ndr) dagli Stati Uniti arriva George Bush, dalla Francia Jacques Chirac, dalla Gran Bretagna arriva Tony Blair, dalla Germania arriva Gerald Schroeder, dalla Russia arriva… Putin, vabbè… da noi Berlusconi. Nel 2009 noi stia­mo a discutere tra partito leggero e partito pesante, che è una variante dei dalemiani e dei veltroniani, perché noi ci sappia­mo evolvere (risate, ndr). Dagli Stati Uniti arriva Barack Oba­ma, in Francia c’è Sarkozy, dall’Inghilterra arriva Gordon Bro­wn, dalla Germania arriva Angela Merkel e dalla Russia la coabitazione Medvedev/Putin. In Italia c’è quel giovanotto di belle speranze che è Silvio Berlusconi. Poi dicono che il pro­blema l’ho posto io, ma vi rendete conto che questo non è un paese normale o pensiamo di essere tutti fumati qui dentro?8

Renzi zuckebergDa notare che lo stile di Renzi è molto reader-friendly, con una espressività iperinformale, vicina al colloquialismo. Non a caso la scelta ricade sempre su parole brevi e frasi semplici che per loro stessa natura puntano a fare breccia nell’attenzione de­gli interlocutori. Grazie a questi parametri, l’indice di leggibili­tà dei suoi discorsi, che si basa sulla lunghezza delle parole e delle frasi, ha superato la soglia minima; questo sta a significa­re che Renzi risulta comprensibile ad un adolescente così come ad un adulto con una bassa scolarizzazione.

Il ‘padre severo’ del racconto della destra e il ‘genitore pre­muroso’ di quello della sinistra diventa nello storytelling ren­ziano un ibrido, anche se sempre improntato su un metodo, in ultima analisi, preso in prestito dal campo economico-finanzia­rio che, ipertrofico, invade così anche la parte più resistente del campo politico italiano.

[…] possono scaldare i cuori non solo i progetti massimalisti ma anche la capacità di tenere insieme il buon senso del padre di famiglia, che gestisce le cose quotidiane, con l’idealità, il sogno, la bellezza, l’entusiasmo. Si possono tenere insieme, si può dare un’anima al riformismo. Non è mai accaduto in Ita­lia.9

Renzi è altamente fruibile; come nel discorso di Berlusconi nello speech renziano si fa un largo uso di metafore calcistiche:

Questa non è la fine della sinistra. Questa è la fine di un grup­po dirigente della sinistra. Noi stiamo cambiando i giocatori, non stiamo andando dall’altra parte del campo. Stiamo cam­biando i giocatori che hanno dato il meglio di loro stessi ma adesso hanno bisogno della sostituzione.

[…] Stiamo cambiando i giocatori; se mi avete dato la fascia di capitano, io non farò passare giorno senza lottare su ogni pallone.10

Questo registro linguistico informale porta a coinvolgere l’interlocutore, instaurando un rapporto tra pari, in cui lo spet­tatore non è passivo nei confronti dell’azione, ma ha la sensa­zione di entrare a far parte della squadra e dei suoi meccanismi interni.

Già Aristotele delinea tre tipi di ascoltatori: l’ascoltatore che decide riguardo al futuro è il membro di un’assemblea politica; quello che decide riguardo al passato è il giudice dei processi. La terza classe è costituita dagli spettatori che non influiscono sulla situazione. Al primo tipo di ascoltatore corrisponde il ge­nere deliberativo; al secondo il genere giudiziario; al terzo il genere epidittico, o dimostrativo (da epidèiknymi ‘mostro, fac­cio vedere, presento’). Nel 1960 Austin, con la teoria degli atti linguistici, si lega alla scuola neoaristotelica con la visione di un agire linguistico che diventa tipo particolare di azione. In questa visione, la parola può essere performativa o constati­va11. Nello storytelling renziano sono maggiormente presenti verbi constativi, in quanto si preferisce per l’appunto constatare lo stato dell’arte e le cose da fare:

[…] i nostri genitori ci hanno lasciato una casa, ci hanno la­sciato un conto in banca, ci hanno lasciato le possibilità di an­dare avanti. Ma i nostri genitori e i nostri nonni politici, i no­stri predecessori sono andati al ristorante e hanno lasciato il conto da pagare. E il debito pubblico è la cosa più ingiusta e immorale che un bambino di oggi si trovi a dover fronteggia­re.

[…] noi siamo quelli dell’innovazione non solo applicata all’ICT (Information and Communication Technology), ma anche all’innovazione dei contenuti, del linguaggio e dei modi di far politica. E allora […] è evidente che c’è un problema di rapporto con le vecchie liturgie dei partiti. Lo dico con il mas­simo rispetto per Pierluigi Bersani, il modello di Pd per cui ci sono i dirigenti del partito che danno la linea agli eletti che stanno nelle istituzioni i quali sono poi chiamati a fare il vo­lantinaggio per spiegare agli elettori quello che devono pensa­re andava bene nel ‘900, è un meccanismo di partito che non funziona più12.

Ancora, durante la Leopolda 5, nel 2014:

Il Partito Democratico ha portato a casa qualcosa come 11 mi­lioni e rotti di voti. Io negli ultimi Consigli Europei mi son tolto una soddisfazione banale, ma sai a un certo punto dopo ore di discussione… Il buon Filippo Sensi mi vede uscire tutte le volte e mi dice: “Calmo eh! Calmo!”. Perché sai, dopo ore che sei lì… Ho messo in fila i numeri; e glielo ho detto ai miei colleghi: “Sentite io non rappresento solo il partito più votato; tu Angela (Merkel, ndr) hai preso 10,6 milioni, noi 11,2 sono cose che capitano.

[…] nel senso che su 28 paesi noi siamo il nono con gli 11,2 milioni di voti del PD, quindi ho grande rispetto per i vostri partiti. Abbiate rispetto per il mio paese e per il mio partito.13

E durante il discorso dopo il trionfo alle primarie del PD del 2013:

Riuscire ad inviare a tutti i dipendenti pubblici ed ai pensiona­ti direttamente a casa, magari attraverso uno strumento di tec­nologia semplice – visto che il Papa ha detto che Internet è un dono di Dio, possiamo smettere di considerarlo come il nostro ostacolo o come un problema – la dichiarazione dei redditi precompilata. Si tratta di una proposta concreta e pun­tuale che nel corso delle consultazioni abbiamo ricevuto e re­cepito, che può immediatamente mostrare come cambia il rapporto tra cittadino e pubblica amministrazione.14

1G. Lakoff, Non pensare all’elefante, Fusi Orari, Roma, 2016.

2Ibidem.

3Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2010, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

4Dall’intervento di Matteo Renzi a conclusione della Leopolda 1, Prossi­ma fermata Italia, novembre 2010, disponibile in https://www.youtube.­com/watch?v=HWH8cmjXR0Q.

5Ibidem.

6Umberto Rosso, Il nuovo Ulivo fa sbadigliare, è ora di rottamare i no­stri dirigenti, “La Repubblica”, agosto 2010, disponibile in http://www.­repubblica.it/politica/2010/08/29/news/nuovo_ulivo-6587119/.

7Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2013, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

8Dall’intervento di Matteo Renzi a conclusione della Leopolda 1, Prossi­ma fermata Italia, novembre 2010, disponibile in https://www.youtube.­com/watch?v=HWH8cmjXR0Q.

9Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2010, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

10Ibidem.

11John Langshaw Austin, How To Do Things With Words, lezione all’Uni­versità di Harvard nel 1955, pubblicata postuma nel 1962. La teoria de­gli atti linguistici si basa sul presupposto che con un enunciato non si possa solo descrivere il contenuto o sostenerne la veridicità, ma che la maggior parte degli enunciati servano a compiere delle vere e proprie azioni in ambito comunicativo, per esercitare un particolare influsso sul mondo circostante.

12Dal discorso di Matteo Renzi alla Leopolda 2, Big Bang, ottobre 2011, disponibile in https://www.youtube.com/watch?v=oGlAbyvZjuM.

13Dall’intervento di Matteo Renzi alla Leopolda 5, Il futuro è solo l’inizio, ottobre 2014, disponibile in http://video.repubblica.it/edizione/firen­ze/renzi-chiude-leopolda-5-il-discorso-integrale/181456/180257.

14Dal primo discorso di Renzi dopo la sua elezione da Segretario del PD, 9 dicembre 2013, disponibile in http://video.repubblica.it/dossier/il-pd-verso-il-congresso/renzi-eletto-segretario-pd-il-discorso-integrale/149441/147948.

Il partito liquido: massimo impatto, istantanea obsolescenza

Scienza e tecnica della comunicazione politica neoliberista. Trump e Berlusconi: i punti di contatto.

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In Italia con la fine della Prima Repubblica si è assistito anche alla fine dei vecchi partiti ideologici. Solo la Lega Nord non cambiò il proprio nome. Con Berlusconi, dal 1994, abbiamo registrato lo sdoganamento definitivo, anche nel nostro Paese, del concetto di impresa applicato ai partiti. La svolta aziendalista e liberista del noto imprenditore, con il suo lungo governo interrotto solo a tratti, venne elevato a paradigma e tutti i soggetti in campo si adeguarono in qualche modo ai nuovi metodi propugnati prima da Forza Italia e poi dal Popolo della Libertà.

Protagonista indiscussa di questo cambiamento fu la comunicazione. Il Cavaliere oltre ad avere il controllo delle tre maggiori emittenti televisive commerciali poteva contare su un apparato aziendale di prim’ordine composto da professionisti del marketing e della comunicazione. L’approccio improntato sulla customer satisfation trovava del tutto impreparata la sinistra, che oltre a non disporre dei capitali di Berlusconi, faceva leva su un know how obsoleto.

Dice infatti Carlo A. Marletti1:

L’idea che i suoi dirigenti (della sinistra, ndr) si facevano della conduzione di una campagna politica in una democrazia mediatizzata era del tutto arcaica. Si prenda per esempio un problema ben conosciuto nel marketing: la funzione cognitiva che ha la marca aziendale per i consumatori, e che in politica è rappresentata dai simboli dei partiti. A quanto si dice, Occhetto, allora segretario del Pds, una volta raccontò tutto orgoglioso che il disegno della quercia con cui fu sostituito il simbolo storico del Pci, la bandiera rossa con la falce e il martello sopra quella tricolore, se l’era fatto lui stesso in casa con l’aiuto di qualche compagno. […] Il nome del nuovo partito del Cavaliere fu invece scelto dopo attente indagini. ‘Forza Italia’ era uno slogan che qualche tempo prima era stato lanciato in una campagna elettorale della Dc, e poi ripreso anche da altri che garantiva un alto gradimento popolare, testato attraverso sondaggi e focus group.

Tirava dunque anche in Italia, sebbene leggermente in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati, un’aria neoliberista. Assistevamo banalmente alla stessa dinamica descritta in precedenza, quella del passaggio dal prodotto al marchio o brand in campo politico. Più in generale Michele Sorice sostiene che2:

Nella tradizione recente del marketing politico, si possono individuare tre dinamiche principali da parte dei partiti e dei candidati politici. La prima è quella che possiamo definire come ‘orientata al prodotto’: in questo caso essa si configura come l’offerta di un’ideologia (o di un programma) all’elettore; la seconda si potrebbe indicare come ‘orientata alla vendita’ e consiste nella promozione delle idee del partito presso i potenziali elettori; la terza infine può essere definita come ‘orientata al mercato’: in questo caso il candidato (o il partito) segue ed adotta le posizioni ideologiche della maggioranza degli elettori.

La politica orientata al prodotto è quella più tradizionale, in cui la dimensione ideologica assume un valore molto elevato e in ugual modo in quella orientata alla vendita il punto di partenza può essere rappresentato dall’ideologia. Siamo invece, a partire dalla ‘discesa in campo’ politico di Silvio Berlusconi, all’interno di una fase di politica orientata al mercato che peraltro, come abbiamo argomentato, presenta diverse e mutevoli sfaccettature. Una politica orientata al mercato va alla ricerca dei bisogni dei singoli cittadini per cercare di offrire risposte personalizzate o, meglio, apparentemente tali3.

In questa logica il vettore della comunicazione diventa a vario titolo propaganda. Emblematico in questo senso fu il duello televisivo su Canale5 del marzo 1994 tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto organizzato dalla trasmissione ‘Braccio di Ferro’ condotta da Enrico Mentana.

Fu la prima campagna nazionale strutturata sul bipolarismo, quella del 1994; la prima della Seconda Repubblica. E perciò anche imperniata sulla dicotomia nuovo/obsoleto. “L’idea del confronto televisivo tra Berlusconi e Occhetto è maggiormente debitrice verso la tradizione politica e culturale americana, che vede in tutta la sua storia, ben dodici occasioni di confronto televisivo” scriveva Christian Raimo, aggiungendo che: “Ma il sistema politico italiano non si lascia scoraggiare dalla mancanza di tradizione del genere politico-televisivo. Dietro le quinte del cosiddetto ‘duello dell’anno’, infatti, lavorano per settimane almeno un centinaio di persone, tra esperti di comunicazione televisiva al servizio di Berlusconi e vecchi professionisti della politica che allenano Occhetto allo ‘scontro fuori casa’4.

Ebbene “gli esperti di comunicazione televisiva” al soldo di Berlusconi, unitamente al fatto che il Cavaliere ‘giocava in casa’, ebbero la meglio sui “vecchi professionisti della politica” vicini ad Occhetto. Questi, in sintesi, non considerarono proprio la logica del campo economico – finanziario che, ipertrofico, forse per la prima volta in Italia cominciava a cooptare pesantemente il campo politico – sociale suffragata dai media. Ciò mediante il marketing che in questa fase si basava ancora sulla preminenza del logo e del marchio, ora costituito da simboli veri e propri, ora da degli abiti financo a degli atteggiamenti e posture. C’era ovviamente anche una narrazione, ma i maggiori investimenti per gestire le attenzioni degli astanti si facevano sui simboli.

Mi piacciono i comizi, non considero il dibattito tv decisivo. Sarò me stesso e basta5” dichiarava Achille Occhetto, dando la misura di ciò che stiamo argomentando. Nulla di più emblematico insomma, per testimoniare la differenza di approccio al campo politico da parte dei candidati alle elezioni politiche del ’94. Ciò che Occhetto non considerava principalmente però è che in quella che era l’embrione della democrazia ipermediatizzata la performance e la recitazione tout court diventano imprescindibili sul piano strategico.

Questa infatti la sintesi di C. Raimo6:


La vera nota interessante del dibattito è però rappresentata dall’abbigliamento dei due, per certi versi antitetico. La costruzione di un’immagine iconica del Cavaliere nascerà, infatti, dalla sua prima campagna elettorale, culminata proprio in questo dibattito, dove troviamo diversi topoi che lo accompagneranno nel corso degli anni seguenti. Berlusconi indossa un doppiopetto blu, con una camicia azzurrina: “John Kennedy ce l’aveva così quando in TV stroncò Nixon, ancora fermo al bianco detersivo”, osserva Maria Latella, il giorno dopo, sul Corriere della Sera. Il Cavaliere è abbronzato, come sempre, con una sottile nota di cipria marroncina. Brilla sotto i riflettori, secondo L’Unità grazie a uno speciale filtro della telecamera, la spilletta di Forza Italia appuntata sulla giacca, e che gli varrà, il giorno dopo a Striscia la Notizia, uno stacchetto sulle note di ‘Splendido Splendente’. Nel complesso, si presenta piuttosto bene, anche se il suo classico sorriso non riesce a nascondere un filo di tensione. Egli stesso, il giorno dopo, si definirà a L’Unità come “un parvenu in questo mestiere di duellante TV”.
Occhetto, invece, è visivamente un disastro. Sfoggia un completo marrone di taglio tardo-sovietico, con una cravatta marroncina dalla fantasia piuttosto mesta: “Proprio lui, di solito così elegante con i suoi gilet”, osserva delusa sempre Maria Latella, sul Corriere del giorno dopo. La camicia bianca, poi, dagli schermi televisivi sembra apparire sbiadita, quasi giallina. Il pezzo forte di Occhetto è però il completo marrone, che assurgerà a immagine iconica e traumatica per la sinistra italiana tutta, tanto da ispirare la pagina su Facebook ‘Il completo marrone di Occhetto’. Sergio Spina ricorderà, su L’Unità dell’8 marzo 2006, come quella sera “
Occhetto si presentò con quel vestito marrone tutto nuovo, che quando lo vidi mi misi le mani nei capelli. In seguito dissero perfino che avevamo perso per colpa di quel vestito. Ma questa era una sciocchezza”. Qualche giorno dopo, su L’Espresso, lo stesso corrispondente italiano della CNN suggerirà ad Occhetto di “buttare quell’abito marrone”.
La stessa Alba Parietti, chiamata il giorno dopo dal Corriere della Sera ad esprimersi sul look dei due, osserverà: “
La cravatta di Occhetto è stile “Compagni, ci siamo comprati la Cinquecento!”, quella di Belrusconi è stile “Tesoro, cosa mi metto per il matrimonio?”. Poi il leader del Pds quel vestitino l’ha certamente comprato alla Standa”. Occhetto, chiosa infine la soubrette, è andato sicuramente “dal parrucchiere di Toto Cutugno, mentre Berlusconi da quello di Julio Iglesias”.
L’ascolto medio della trasmissione sarà di circa nove milioni e mezzo di spettatori, con picchi di dodici milioni e mezzo intorno alle 22,50 e con uno share pari al 61,3%, sfiorando gli ascolti della partita di calcio Germania-Italia (2-1), trasmessa qualche ora prima su Rai1, con tredici milioni di ascoltatori. Secondo Enrico Mentana, interpellato due giorni dopo da Repubblica, siamo di fronte al più alto ascolto raggiunto da una trasmissione politica nella storia d’Italia.

Difficile asserire che Berlusconi abbia vinto le elezioni del 1994 grazie a quello scontro televisivo, ma sicuramente siamo autorizzati ad assumere che la televisione abbia avuto, in quella occasione, un ruolo di primaria importanza. E sicuramente si è segnato un punto di svolta nell’intendere ed interpretare la comunicazione politica nelle campagne elettorali nel nostro paese.

Iniziavano a evidenziarsi anche in Italia, in quella sede, gli effetti di un campo economico ipertrofico, che già palesava con la pubblicità commerciale degli anni ’80 la sua logica del brand. La politica, grazie al vettore della comunicazione televisiva (l’etere, vale la pena ricordare, era stato parzialmente liberalizzato con la legge Mammì nel 1984), subiva un primo shock con la sua repentina spettacolarizzazione. Si cominciava a ricercare il massimo impatto e l’istantanea obsolescenza nel messaggio veicolato, cosa che favorisce la generalizzazione delle condotte trasgressive; con questa matrice l’individualismo e l’affermazione di sé non ha più limiti7. E dunque il risultato non può essere che l’iperpersonalizzazione, l’ipertimesia, l’estremo indebolimento di un paradigma nel campo politico imperniato sul messaggio ideologico. In questa liquefazione delle regole del campo politico si può, relativamente, dire tutto e poi il contrario di tutto.

forza-italia-1994-19961-1024x455Ma, come abbiamo ripetuto più volte, questo marketing era imperniato ancora dalla preponderanza del logo. Non possiamo dunque esimerci da una analisi del brand di Berlusconi. Il simbolo di Forza Italia non era stato certo elaborato a caso, in quella che era in Italia il primo esempio di politica orientata al mercato. Non fu infatti una coincidenza il fatto che il nuovo partito del Cavaliere venne chiamato ‘Forza Italia’ in occasione delle elezioni del 1994, anno in cui si sarebbero svolti i mondiali di calcio in Usa. Il potere evocativo trasversale del nome giocava proprio sull’ambiguità con lo slogan da stadio, dove qualunque ideologia lasciava il posto alla comune passione per la nostra nazionale di calcio. Fu il creativo Cesare Priori, che lavorava con Berlusconi fin dal 1979 (il primo disegno del Biscione di Canale5 è suo) ad elaborare il simbolo di Forza Italia.

Dice Priori: “L’espressione ‘Forza Italia’ era un incitamento a darsi da fare, muoversi, mettersi insieme. Poi c’è un particolare che può essere divertente: si sapeva che nel 1994 ci sarebbero stati i mondiali di calcio e Berlusconi ne tenne conto”, sottolineando che Berlusconi gli rimarcava: “Potremmo sfruttare il veicolo sportivo, le partite in cui i tifosi allo stadio gridano ‘Forza Italia!’, avremmo già una frase che è sulla bocca di tutti e può entrare nella testa. Speriamo che tutto vada bene, male che vada le bandiere che abbiamo fatto ce le possiamo rivendere allo stadio8.

Insomma doveva essere una cosa semplice, immediata e senza fronzoli. Un simbolo che si vedesse e si capisse subito e parlasse da solo. Il tricolore, a completare lo slogan, venne dopo e doveva essere percepito come elemento di aggregazione.

Racconta infatti Priori9:

[…] ci interessava richiamare il tricolore sul piano cromatico, ma ci è bastato ‘simboleggiare’ il discorso dei colori, senza metterli nella posizione classica della bandiera. Avevamo provato la stessa scritta con le bande verticali, ma non funzionava bene: questa soluzione aveva invece più impatto, si muoveva meglio, accompagnava anche quell’accenno di ‘sventolio’, sebbene finto, che avevo dato alla bandiera, per cui ho trovato che il tutto fosse più legato.

Anche il tipo di carattere utilizzato per lo slogan fu oggetto di attenta pianificazione strategica10:

[…] fui criticato. Mi dissero che avevo utilizzato un disegno vecchio. Siamo partiti da un carattere ‘bastone, un Helvetica per capirci, ma non legava bene: comprimendolo abbiamo occupato il più possibile lo spazio. Non sarà stata una genialata, il ‘bastone’ è datato, forse anche brutto, adattato per essere il più leggibile possibile; alla fine però il messaggio è passato. Tra l’altro, nelle versioni successive togliemmo l’ombra interna della scritta perché, riducendo il bianco delle lettere, impastava il tutto e faceva perdere in leggibilità. […] era meglio semplificare il disegno.

Il font, inoltre, ha decisamente un peso rilevante in un marchio politico. Noi abbiamo sempre usato caratteri piuttosto potenti, sempre classificabili come ‘bastoni’: abbiamo evitato caratteri con grazie, sempre tenendo presente che il disegno doveva essere ridotto a due o tre centimetri di diametro, per cui tutte le grazie e i particolari sottili si ‘impastano e ‘si chiudono’, insomma non si vedono.

Non vogliamo qui sostenere che il successo del partito di Berlusconi, anche considerando la svolta del Popolo delle Libertà, sia stato appannaggio solamente del suo brand. Difficilmente un marchio politico diventa incisivo come quelli degli agenti propri del campo economico come Coca Cola, Fiat o Apple se non è supportato dal carisma di chi vi è dietro. Ma la chiarezza del logo di Forza Italia, alla portata di tutti e senza richiami divisivi, l’immediatezza del messaggio veicolato e la sua semplicità sono stati elementi tattici premeditati al fine del raggiungimento del consenso di successo. “Vale qui la filosofia enunciata da Berlusconi”, chiosa Priori: “Se un messaggio impiega più di tre secondi per essere capito o non è chiaro, oppure può essere sbagliato11.

A suffragio del potere evocativo della simbologia berlusconiana basti pensare che nell’immaginario popolare e nel linguaggio giornalistico, ancora oggi i candidati di Forza Italia sono denominati ‘gli azzurri’ proprio come i giocatori della nazionale di calcio.

[…] l’azzurro era stato giustificato con la scelta di un’iconografia molto semplice, molto tranquilla, per comunicare serenità e leggerezza. Una volta, peraltro, ho ricevuto una critica, tra le tante, perché lo sfondo dell’azzurro con le nuvole era lo stesso usato nella scenografia del funerale di Fellini… e io non lo sapevo. D’altra parte c’era il famoso concetto sportivo della ‘discesa in campo’, legato anche, come dicevo, all’esperienza dei Mondiali che si sarebbero giocati quell’anno avendo l’Italia, dunque gli Azzurri, come protagonista.12

A nostro parere, peraltro, a suffragio della crescente personalizzazione della politica in Italia a partire, appunto dalla ‘discesa in campo’ di Berlusconi, vi è il dato del legame indissolubile del marchio di Forza Italia alla persona del Cavaliere. Sono in molti a pensare che quando l’imprenditore uscirà definitivamente di scena dal campo politico il suo brand non funzionerà più. Sia chiaro, la recente crisi di tutto il centro destra e la sua conseguente frammentazione è da imputare ad una pluralità di fattori, in primis i guai giudiziari del Cav che lo hanno più di altro esautorato, e non alla sua comunicazione. Comunicazione che, da sola, probabilmente lo ha reso ancora protagonista alle elezioni politiche del 2013 a dispetto del suo malgoverno e dei suoi problemi con la giustizia.

L’altra sponda del sistema bipolare degli anni ’90 fino al 2013, la sinistra, non stava al passo con Berlusconi in questo senso in quanto ancora resistente alla logica ipertrofica del campo economico, non perché non avesse le competenze da organizzare sul piano del marketing, ma perché ancorata all’apparato ideologico. Questo almeno fino alla rivoluzione liberale interna attuata da D’Alema, che si pose sullo stesso piano di Berlusconi, perlomeno in riferimento alla personalizzazione. Ciò determinava, dopo uno spostamento al centro del PDS mediante l’alleanza con i postdemocristiani del PPI, la nascita dell’Ulivo e la successiva leadership di Romano Prodi.

La rivoluzione liberale dalemiana si rivelerà un boomerang: scontenterà parte del proprio elettorato e non attrarrà consensi significativi dalla borghesia produttiva. Infatti, nonostante l’adesione corale alla segreteria dalemiana, il partito ‘in carne e ossa’ risponde solo in parte a queste ulteriori innovazioni.

Ad ogni modo, con gli Stati generali della sinistra convocati a Firenze il 27 marzo 1998 danno vita alla nuova formazione partitica frutto della fusione per incorporazione con ex-repubblicani, ex-socialisti, cattolici democratici e dissidenti di Rifondazione comunista, i Democratici di sinistra. La transizione fu evidenziata con la sostituzione simbolica della falce e martello all’interno del logo di partito con la rosa, simbolo del Partito socialista europeo13.

L’ambiguità giocata dalla sinistra tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, generata da una lunga e complessa discussione interna volta da una parte a stringere alleanze con i gruppi politici più centristi e moderati che però a sua volta creava fenomeni di scollamento dal proprio elettorato naturale, si traduceva quindi anche nella comunicazione. La volontà di eliminare i richiami e le simbologie ideologiche non poteva tout court ribaltare una struttura ancora basata su metodi politici fortemente caratterizzanti e propri del campo, che si espletavano giocoforza nei tempi medio/lunghi.

L’uomo solo al comando di stampo neoliberista è invece veloce, istintivo, trasgressivo, performativo ed individualista. Ci vollero quasi vent’anni di governo Berlusconi, interrotto solo a tratti e non in maniera strutturale, per contaminare anche la parte più fedele alle regole del campo, quella a sinistra, con la logica ipertrofica del campo economico – finanziario mediante l’avvento di Matteo Renzi.
Fino ad allora le ‘sinistre italiane’, mentre Berlusconi concentrava le proprie risorse all’esterno, erano vittime di una crisi al proprio interno, ingarbugliate in un’opera continua di definizione/ridefinizione:

Con l’elezione di Massimo D’Alema a Presidente del consiglio, la leadership dei DS viene assunta da Veltroni, riproponendo l’affermarsi di quella spinta modernizzatrice (41%) opposta alla resistenze sindacal-corporative (28%) interne al partito. Con il Congresso di Torino vengono avanzati una serie di emendamenti che formalizzano il decentramento organizzativo del partito. Il progetto disegna una struttura federale in cui le unioni regionali costituiscono le unità di base del partito. Verso un regime di poliarchia, evoluzione del sistema di potere monolitico ex-Pci, il processo di fazionalizzazione viene riconosciuto dallo statuto, in quanto le associazioni di tendenza e le autonomie tematiche si affermano e acquisiscono autonomia organizzativa e programmatica. All’indomani della sconfitta alle elezioni regionali del 2000 decide di dimettersi, rivelando tutta la fragilità e il momento di crisi attraversato dal partito, finora rettosi soprattutto grazie alla risorsa della guida di partito. Il 15 dicembre 2000 l’Assemblea congressuale elegge D’Alema Presidente dei DS, costituendo una diarchia che riflette la maggiore dispersione del potere.

Le elezioni politiche del 2001 segnano un dietro front per i DS che ottengono alla Camera solo il 16,6%. Lenisce la sconfitta la vittoria di Veltroni a sindaco di Roma. In attesa del Congresso, il partito si affida a una reggenza di undici membri presieduta da Pietro Folena. Fino al 16-20 novembre 2001, i DS attraversarono una fase di deriva che poteva innescare una vera e propria implosione. “O si cambia, o si muore” affermò l’allora futuro segretario dei DS, Piero Fassino.

Così, mentre la perdita di appeal del governo di centro-destra e l’intensa mobilitazione sindacale e pacifista permettono alla Quercia di recuperare iscritti e consensi, nel 2003 i DS s’imbarcano nuovamente, pur se ostacolato da numerose divisioni interne, nella realizzazione del progetto di un nuovo Ulivo.

Con le ottime performance delle regionali del 2005, i DS fanno appena in tempo a ritrovare piena fiducia in se stessi, quando la risalita viene bruscamente arrestata nel 2006 con la diffusione delle intercettazioni di alcune telefonate tra Fassino e il presidente dell’Unipol Giovanni Consorte. L’immagine macchiata dei DS è una delle cause di una vittoria sul filo di lana dell’Unione alle politiche del 2006. Il mancato sfondamento ha convinto la Quercia ad andare alla fusione con La Margherita: una scelta, dunque, non per idealità e convinzioni, ma per esaurimento più che per vitalità.

Il 19-20 aprile 2007 il IV Congresso dei DS segna la conclusione della lunga transizione PCI/PDS/DS e lo scioglimento di quest’ultimo nel Partito Democratico.

Ancora una volta, però, i DS non hanno potuto impedire la scissione di una minoranza: sia la componente di Mussi che quella di Angius lasciano i DS14.

A destra invece, anche con la svolta del PdL, il partito è sempre stato Berlusconi. La sua simbologia, il suo brand, financo il suo stile di vita. Il suo ruolo è diventato un tutt’uno col suo corpo: “Corpo abbronzato, dagli impianti leggendari di un Berlusconi diventato spettrale a colpi di chirurgia estetica”, dice Christian Salmon, “l’ideale in una società in cui le industrie culturali valorizzano l’incessante ricerca di nuove fonti di eccitamento15. L’uomo politico neoliberista, peraltro, deve incarnare la necessità perenne di cambiamento, deve risultare smussabile, mutabile, scolpibile a piacimento. Ed ecco, che in questa logica bulimica e frenetica i Bunga Bunga passano in secondo piano, se non diventano addirittura motivo di vanto; il campo politico perde la sua autonomia, la sua logica e struttura per far posto ad altro. Ecco perché non solo gli atti poco etici da parte di Berlusconi, ma anche i reati da lui commessi non lo hanno mai del tutto esautorato.

President Donald Trump Attends A Salute To Our Armed Services BallInoltre il Cav è molto simile a Donald Trump. Se pensiamo a Trump, il suo presentarsi come personaggio ‘nuovo’, al di fuori degli schemi, un cane sciolto senza alcun legame con la screditata classe dirigente di Washington, ha fatto si che la veridicità delle sue affermazioni passasse totalmente in secondo piano rispetto all’impatto radicale che il suo stile ‘innovativo’ ha portato all’interno del dibattito politico negli Usa. Siamo autorizzati ad assumere che Silvio Berlusconi abbia introdotto tutti questi metodi di comunicazione e manipolazione vent’anni fa. E molti sono i punti di contatto tra il Cavaliere e il tycoon di New York. A parte i rapporti con la stampa che Berlusconi per buona parte controllava mentre Trump la attacca in maniera aperta e perpetua, sono entrambi businessmen scesi in politica, entrambi inclini all’uso di un linguaggio politicamente scorretto, fatto di pesanti battute a sfondo razzista e misogino, entrambi hanno incarnato nel gioco delle democrazie occidentali il ruolo dell’uomo che si è fatto da solo, che affascina l’immaginario grazie al successo ottenuto nel mondo degli affari e all’ostentazione di una ricchezza molto pacchiana, che però fa sognare.

Entrambi hanno sempre dimostrato disprezzo nei confronti della legge e spregiudicatezza negli affari. Trump e Berlusconi hanno creato la loro immagine basandosi sul motto “me against the world”, che ha saputo toccare in maniera vincente le corde più sensibili di un’ampia fetta di elettorato.

Trump, come Berlusconi, si è affermato sfruttando una situazione di crisi della politica tradizionale. Mentre Berlusconi cavalcò l’onda di Tangentopoli, che spazzò via buona parte della classe dirigente italiana dell’epoca, Trump ha raccolto a suo vantaggio la profonda sfiducia che buona parte dell’elettorato ha riservato nei confronti di Hillary Clinton come candidata sfidante per la presidenza. E, in generale, sfruttando il sentimento di rabbia nei confronti delle élite liberali, considerate come le principali responsabili per la de-industrializzazione del paese, ha potuto cavalcare il malcontento di una fetta della popolazione statunitense riguardo le ondate migratorie, specialmente quelle dal Messico e dall’America Latina.

Berlusconi e Trump, hanno goduto di un forte successo anche tra le classi operaie nazionali, sentitesi abbandonate dai partiti progressisti e di sinistra, i quali, invece di elaborare idee utili per recuperare il terreno, hanno sempre più abbandonato la loro classe sociale di riferimento. Questi partiti sono diventati al contrario promotori di politiche di austerità, cedendo quindi le prerogative dei diritti dei lavoratori a partiti di destra.

L’ipernormalizzazione che ha attuato Berlusconi, e che Trump sembra destinato a seguire, indica la loro precisa volontà di vivere al di sopra non solo della legge, ma della stessa logica. Questa è rappresentata attraverso la proiezione del loro narcisismo come stile di vita destinato ad assurgere a mediatore dei sogni dei loro elettori.

1Carlo A. Marletti, Quanti voti sposta la televisione?, in La Repubblica dei media” Il Mulino, 2010, p. 107.

2Michele Sorice, La Comunicazione Politica, Carocci, 2011, p. 84.

3Ivi, p. 85.

4Christian Raimo, Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto, Minima&Moralia, 2014, disponibile in http://www.minimaetmoralia.it/wp/avere-ventanni-berlusconi-contro-occhetto/
5Ibidem

6Ibidem

7C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 97.

8Gabriele Maestri, Il simbolo di Forza Italia? Un marchio forte, ma finirà con Berlusconi, Termometro Politico, 2013, disponibile in http://www.termometropolitico.it/74132_lintervista-il-simbolo-forza-italia-marchio-forte-finira-berlusconi.html

9Ibidem.

10Ibidem.

11Ibidem.

12Ibidem.

13Marina Ripoli, Democratici di Sinistra: la transizione PCI/PDS/DS, Spinning News, 2010, disponibile in https://spinningnews.wordpress.com/2010/05/28/democratici-di-sinistra-la-transizione-pcipdsds/

14Ibidem.

15C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 98.

E’ la fine dei Guru.

Brexit, Trump, l’affermazione dei populismi di varia matrice, la vittoria del No al Referendum Costituzionale e le dimissioni  di Renzi. Un filo rosso che ci mostra il fallimento della comunicazione politica  neoliberista imperniata su storytelling e alti investimenti economici.

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Con la vittoria del fronte del No al referendum costituzionale sembra essere definitivamente chiusa l’epoca dei guru della comunicazione politica e delle campagne elettorali ad alto budget.
Peraltro la Brexit, l’affermazione in generale dei movimenti populisti in tutta Europa e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti avevano già palesato una tendenza che oggi è sempre più un dato di fatto in campo politico.

In Italia il primo fallimento clamoroso dei grandi manager dello storytelling dei grandi spin doctor lo decretò l’insuccesso elettorale di Mario Monti alle elezioni del 2013, dove il lavoro di David Axelrod, l’architetto dei successi elettorali di Obama, risultò inutile e a tratti maldestro. Inutile dire che questi professionisti costano, e costa molto anche la loro strategia basata su un alto budget investito per lo più sul tentativo di attirare i media e manipolarli mediante la creazione perenne di storie da fornire loro. Questa attività implica anche la costruzione continua di un personaggio e di una scenografia/contesto (vedi le grandi kermesse politiche che somigliano sempre più a dei concerti pop).

L’ingaggio da capogiro, circa 400mila euro, di Jim Messina, ex consulente di Obama, Rajoy e Cameron (chemessina fece la stessa fine di Renzi), reclutato dal Pd per la campagna referendaria persa male, dà da solo la misura di quanto, il gap tra politica e cittadino si aggravi in maniera direttamente proporzionale al peso delle tecniche importate dal campo economico/finanziario sulle campagne elettorali. O se volete, banalmente, la forza del denaro in epoca post materialista incide sempre meno sugli esiti elettorali.

Sempre in riferimento alla campagna referendaria per il Si, secondo un’interrogazione di Sinistra Italiana, il Partito Democratico avrebbe speso circa 10 milioni di euro. I comitati del No invece circa 300.000 euro. Solo le lettere inviate ai circa 4 milioni di italiani iscritti nelle liste elettorali all’estero sarebbero costate al Pd circa un milione di euro. Questo secondo una ricostruzione fatta dagli interroganti, che hanno calcolato “le tariffe reperibili sul sito di Poste Italiane e di altri operatori italiani ed esteri” e le spese di stampa dell’opuscolo.

Altri 2,7 milioni di euro, continua l’interrogazione, sarebbero stati investiti dal Pd e dai gruppi parlamentari Dem di Camera e Senato per consulenze, produzione e diffusione di mezzi di propaganda a favore del ‘Comitato Basta un Sì’. Cifre raccolte, così si legge, “dalle notizie di stampa e da dichiarazioni rese da esponenti del Partito democratico”. La voce più importante, però, riguarda i depliant che Matteo Renzi aveva annunciato di voler inviare a tutti gli italiani. Circa 26 milioni di famiglie, il cui costo, secondo una stima approssimativa sempre elaborata dagli interroganti, ammonterebbe ad un importo non inferiore ai 6.500.000 di euro.

Il comitato per il No presieduto dal professor Alessandro Pace ha investito 300mila euro al massimo, “frutto di donazioni private, quasi tutte da 5 fino a 100 euro” dice Antonello Falomi tesoriere del comitato.

Il Movimento Cinque Stelle ha investito più o meno la stessa cifra, 300mila euro. Una parte dei fondi è arrivata dai gruppi parlamentari grillini, ma la maggior parte sono il frutto di donazioni e piccoli finanziamenti privati. “Circa 50mila euro sono serviti per stampare volantini e manifesti”, racconta il deputato Andrea Cecconi, presidente del gruppo pentastellato. La Lega nord avrebbe investito, invece, ancora meno: circa 200.000 euro hanno fatto sapere da via Bellerio.

Un quadro questo in linea con la situazione anche degli Usa, dove l’affermazione di Trump ci diceva già che è possibile ottenere una visibilità straordinaria allocando un budget ben inferiore a quello degli avversari che potevano contare su uno staff di comunicazione ben più strutturato. La campagna della Clinton, organizzata guarda caso ancora una volta da Jim Messina, secondo il resoconto pubblicato a fine ottobre dalla Commissione Federale per le Elezioni sarebbe costata circa 83 milioni di dollari mentre Trump si sarebbe fermato a soli 70 milioni.
Un’altra differenza è sicuramente il numero delle persone sui libri paga: la candidata democratica avrebbe pagato 800 persone contro i soli 350 impiegati e consulenti di Trump.

trumpMa la cosa interessante è che mentre la Clinton ha investito la maggior parte delle sue risorse per aggiudicarsi canali mediatici mainstream (giornali, televisione) per il suo racconto, Trump ha puntato tutto sulla pubblicità low cost del 2.0 sfruttando magistralmente i social, creato spesso un clamore premeditato mediante dichiarazioni in 140 caratteri su twitter al solo scopo di scalare la catena mediatica e attrarre per magnetismo i media su di sé. E per fare ciò è risultato strategico più dinamico della Clinton anche sui social; un tweet della Clinton prima di essere pubblicato doveva essere approvato da molti membri dello staff, Trump invece è stato ‘senza filtri’ in tutti i sensi al fine di trarne vantaggio. Un vantaggio a costo zero.

Come non dirlo: l’Italia, una semplice espressione verbale.

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Nel paese del tritacarne, del “gioco il jolly” o del “compro una vocale”, dei giornalisti camerieri e dei condannati cavalieri, se non si sta attenti cambia il significato delle parole e non te ne accorgi nemmeno.
Ciò è’ causa, anche, dell’uso della narrazione come strumento di manipolazione politica e morale. Certo, meglio del fucile, anche se su questo i duri e puri aprirebbero sacrosante polemiche. Meglio dei carri armati sarebbero i sottili giochi di disegno che, quasi artisticamente, tracciano confini ed immaginari. Li smontano, delegittimano, li ridipingono a piacimento ma sempre e comunque da molto lontano rispetto a chi poi, verrebbe coinvolto nei vari cambi di paradigma che, ormai, sono talmente frequenti ed improvvisi da poter essere derubricati nella mera meteorologia.

Se si sta bene attenti però, nel paese del trasformismo 2.0, si colgono sorprendenti curiosità; innanzitutto se si è immuni dalla frequente “soapizzazione” degli eventi si capisce che la nostra attenzione viene spesso condotta verso una rappresentazione della realtà piuttosto neutra, indolore, democristiana o anche, perchè no, cattocomunista.
Nel paese del cattocomunismo, infatti, le leggi vengono cucite addosso e l’occhio invece che sull’abito cade sull’orpello, costruito con estrema professionalità dal commis di turno. Risultato: le leggi sono scritte coi piedi, ma con la comunicazione politica, il culto del leader e con la demagogia anche la cicuta è buona.

E qualcuno già ci prova a dire che B. starebbe scontando la sua pena, e che la giustizia starebbe facendo il suo corso. Ma B. sta scontando davvero poco rispetto alla gravità del (dei) reato (i) che ha commesso: la pena inflitta è commisurata soltanto al denaro evaso che non si è salvato dalla prescrizione.
Poco importa poi la differenza tra evasione e frode fiscale. L’importante è ciò che la gente crede e vuole capire, perchè se fai credere ciò che più ti fa comodo hai potere. Ed è un po’ come la scoperta dell’acqua calda, ma a noi italiani, si è detto, piace la cicuta. O la minestrina riscaldata, forse il termine rende meglio.

Nel nostro paese, il paese del buon vino, “del domani non c’è certezza”,se vuoi essere lieto, dipende dalle abitudini che hai.
Della legalizzazione della marijuana ne possiamo parlare solo col cipiglio di chi sa, e neanche bene il perchè, che la cosa non può avvenire entro questi attuali, ma pur sempre immaginati, confini politici. Poco importa il fatto che anche i bambini oggi sanno che è una pianta che fa benissimo alla mente e al corpo, che il suo monopolio sanerebbe quasi tutto il debito pubblico e stroncherebbe sul nascere molta retorica in tal senso e che, per trovare uno morto di t.h.c. si è dovuta aspettare la notizia di un cardiopatico russo, il cui arresto cardiaco fa comodo ad una certa parte collegare al consumo di canapa. Pensare che negli anni ’50, negli Stati Uniti, il governo spese addirittura soldi pubblici per l’istituzione di un comitato che si muovesse appunto in questo senso: scovare, per scopi propagandistici, morti sospette da correlare alla marijuana.

Ma noi, per certe cose siamo molto più bravi, non sia mai.

Nel paese fondato sul lavoro, per chi ha un certo reddito, per l’esecuzione delle sentenze a suo carico, a quanto pare, bisogna aspettare più di otto mesi dopo la pronuncia della Cassazione; per chi il reddito invece ce l’ha un po’ più basso l’esecuzione delle sentenze è preventiva.

Nel paese dove “ se sei più a sinistra di noi allora sei fascista” il monarca assoluto di uno staterello straniero supera a sinistra, appunto, anche gli eredi del P.C.I., e può a buon diritto, oggi, dare lezioni di comunicazione, di buona politica e di governo.
Come si decide è affar nostro sia chiaro, ma chi decide non è mai stato in discussione.

E mentre si timbrano i soliti cartellini di elezioni, autunni caldi, occupazioni, F35 si F35 no, Dudù, appropriazioni indebite, notizie non volute dare, suicidi in diretta, Domeniche In, Sanremi vari, poliziotti che ammazzano per sport, il Milan che va male, la crisi e gli 80 euro in più in busta paga, si è già deciso chi deve mangiarci sopra per i prossimi 30 anni.

E’ l’Italia: una “semplice espressione verbale.”

Smirne