Donald Trump: scienza e tecnica del populismo di matrice post-materialista

Potrei sparare a qualcuno e non perdere voti“, diceva il neopresidente Usa in campagna elettorale. E non scherzava.
Analisi della narrazione di Donald Trump: uno storytelling impulsivo, ma ben pianificato soprattutto nella sua strategia social.

TRUMP

La narrazione di Donald Trump, nella recente campagna elettorale per l’elezione del Presidente Usa che lo vedeva contrapposto alla democratica Hillary Clinton, oltre a collocarsi banalmente a destra, se pur alla maniera post ideologica che contraddistingue i vari populismi di questa matrice anche in Europa (si pensi al movimento della Le Pen in Francia, Salvini in Italia e Farage in Gran Bretagna), è stato caratterizzato nel merito dal teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza.

Una story, o meglio una struttura di story, tanto cara ai repubblicani; contrapponendo un ‘noi’ ad un ‘voi’ a vario titolo si evoca un fantomatico modello di eroe che lotta contro non meglio precisate ‘forze del male’ responsabili, a seconda della necessità, di questa o quella criticità in seno alla società. La struttura della storia in questa maniera agisce in maniera top down sul programma elettorale nel merito; ovvero ha un diritto di prelazione sulle questioni reali che, se elencate e descritte diligentemente come farebbe un bravo sindacalista, non avrebbero la stessa presa sul pubblico/elettore. Insomma la storia viene preferita alla ‘litania’ e noi assumiamo che la story coopti in questo caso il programma. D’altra parte sempre Carville sostiene che: “I fatti parlano, ma le storie fanno vendere”1.

Nel metodo Trump esegue la sua performance con un alto uso del turpiloquio,Trump-Salvini dell’attacco personale agli avversari, dello scherno anche di bassa lega e, in generale, utilizza un linguaggio poco ‘politically correct’, oltre che Twitter magistralmente.

Il linguaggio di Trump, secondo alcuni giornalisti, sopperirebbe al gap di reddito che separa il tycoon nei confronti della maggioranza dei cittadini a cui pretende di dare voce, rendendolo maggiormente autentico e adatto a fare da megafono all’America arrabbiata2.

Dagli immigrati che vorrebbe ‘deportare’, all’ex miss Universo Alicia Machado, ribattezzata ‘Miss Piggy’, passando per modelle, giornalisti e disabili. Sono numerose le frasi choc pronunciate dal neopresidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel corso della campagna elettorale, durante la quale sono finiti in molti nel suo mirino, prima su tutti ovviamente, ‘Crooked Hillary’, Hillary la corrotta, come aveva ribattezzato la sua avversaria.

È il Trump ‘politicamente scorretto’, che vanta una lunga sequela di gaffe e battutacce, per non parlare dell’imbarazzante uscita con un giornalista disabile del “New York Times”, Serge Kovaleski, affetto da artrogriposi e sbeffeggiato dal tycoon in mondovisione, che ne ha scimmiottato i gesti.

Ma il tycoon ha gettato più volte fango anche sui suoi ‘vicini di casa’, i cittadini messicani, affermando che sin dal primo giorno del suo insediamento intende costruire un muro lungo la frontiera con il Messico, che a suo dire sarà “impenetrabile, alto, reale, potente, bello, interamente pagato dal Messico”, anticipando anche la sua intenzione di creare una “forza speciale per le deportazioni3.

Tante le uscite infelici di Trump, come quando, parlando a un comizio elettorale a Ashburn, in Virginia, ha chiesto a una mamma, anche se in maniera scherzosa, di portare via il suo bambino che non smetteva di piangere o come quando se la prese con un tecnico del suono per via di un microfono malfunzionante. O quando, facendo riferimento alla fedeltà dei suoi sostenitori, ha esordito dicendo: “Potrei sparare a qualcuno e non perderei voti”4.

Le donne però, in particolare, sembrano tra i bersagli prediletti da Trump. La “Cnn” ha fatto emergere altri audio che mostrano il linguaggio volgare e sessista del miliardario, che non ha risparmiato neanche la figlia Ivanka, definita “a piece of ass5. A più riprese Trump non ha esistato a sparare a zero su molte donne, sbeffeggiandole in diverse occasioni ed eludendo le regole del ‘politically correct’.

donald-trump-vs-the-wind-ss05Impossibile dimenticare le parole pronunciate nei confronti della giornalista di Fox, Megyn Kelly durante un suo intervento alle primarie a gennaio: “Il sangue le usciva dagli occhi, da ovunque”6 aveva detto, facendo riferimento alle mestruazioni della giornalista che l’aveva punzecchiato con le sue domande incalzanti. Nell’ultimo anno, Trump non ha risparmiato accuse sessiste anche nei confronti delle modelle, come nel caso di Heidi Klum. In un’intervista con una giornalista del “New York Times”, il tycoon aveva detto che la top model aveva perso punti nella sua scala di preferenze, affermando che “Purtroppo non è un dieci”7.

Il copione di questo personaggio si traduce banalmente nel seguente programma politico che qui sintetizziamo.

Il suo piano fiscale in particolare promette crescita economica e aumento dei posti di lavoro: obiettivo sarebbe rendere di nuovo l’America competitiva a livello globale. Trump vuole abbassare le aliquote fiscali per le imprese e le persone fisiche. Taglierà le imposte sul reddito delle imprese a 15% e diminuirà a tre i sette scaglioni esistenti riguardanti le persone fisiche.

Di spesa pubblica parla invece poco o niente il suo programma, nel quale probabilmente si spera che la riduzione delle imposte sia sufficiente per aumentare la base imponibile e scongiurare un ulteriore aumento del debito. Per quanto riguarda il commercio Trump vuole ridurre il disavanzo commerciale, rinegoziare l’Accordo nordamericano per il libero scambio (NAFTA), ritirarsi dal TPP ed etichettare la Cina come nazione colpevole di manipolazione monetaria.

Sull’immigrazione, come molti sanno, Trump vorrebbe la creazione di un muro lungo il confine messicano perché secondo lui: “Una nazione senza confini non è una nazione”, l’eliminazione del diritto di cittadinanza per nascita (ius soli), la collocazione degli statunitensi ai posti di comando e un piano che migliori i posti di lavoro, i salari e la sicurezza per tutti gli americani. È soprattutto su questi temi che Trump ha puntato per vincere le elezioni, proprio perché maggiormente funzionali per la sua narrazione imperniata sul noi/voi. Problematiche sociali come la criminalità trovano facilmente con questo storytelling un soggetto che funga da antieroe.

Per Trump il riscaldamento globale è solo una bufala: bisognerebbe invece puntare alle fonti fossili, quindi al petrolio, per lo sviluppo dell’industria e dell’economia del Paese. Una delle promesse fatte da Trump è lo smantellamento dell’EPA (Environmental Protection Agency), che si occupa della tutela dell’ambiente e dello sviluppo delle energie rinnovabili. Vuole inoltre espandere le trivellazioni offshore e ridare slancio al carbone8.

Racconta Trump:

La differenza più importante tra le nostre proposte e quella dei nostri avversari è che noi mettiamo al primo posto l’America. L’americanismo, e non il globalismo, sarà il nostro credo. Finché saremo guidati da politici che non mettono l’America al primo posto, potete star certi che gli altri paesi non ci tratteranno con rispetto. Tutto questo cambierà nel 2017. Il popolo americano verrà di nuovo prima di tutto il resto. Cominceremo con il ripristinare la sicurezza a casa nostra: quartieri sicuri, confini sicuri, protezione dal terrorismo. Non può esserci nessuna prosperità senza legge e ordine.9

Abbiamo qui un passaggio chiave, come accennato, della ‘poetica’ di Trump cioè quella basata sull’individuazione di un antieroe che lo aiuti a creare tensione narrativa di concerto con un eroe che possa fornire protezione ai deboli e agli oppressi.

Ho visitato le fabbriche che hanno licenziato lavoratori, e le comunità che sono state distrutte da questi terribili e ingiusti trattati commerciali. Queste sono le persone dimenticate dal nostro paese. Persone che lavorano sodo ma che non hanno più una voce. Io sono la vostra voce10.

L’antieroe è ruolo giocato, a seconda delle necessità, sia dal globalismo che renderebbe anche gli Usa insovrani disegnando una situazione di ingerenza della finanza nel campo politico, sia dalla Cina o dagli immigrati. Trump sarebbe l’eroe, il cavaliere senza macchia che ha l’obiettivo di proteggere e difendere tutti gli americani e tutto fa gioco in questo, rivolgendosi anche alla fetta di elettorato afferente al senatore democratico Bernie Sanders: gli operai.

Ma il problema più evidente, che grazie a questa narrazione passa incredibilmente in secondo piano, è che questo ruolo lo interpreta proprio Trump che è un investitore immobiliare, ha un patrimonio stimato di 4,1 miliardi di dollari, è noto per le sue strategie aggressive di brand management e ha affinato le sue capacità drammaturgiche in film e serie televisive, apparizioni in concorsi di bellezza e ha raggiunto una enorme popolarità grazie al programma televisivo ‘The Apprentice’ da lui stesso prodotto e condotto fra il 2004 e il 2005. Trump da solo, insomma, è agente strutturale del campo economico-finanziario.

La mia avversaria chiede ai suoi sostenitori di recitare una promessa di lealtà: “I’m with her”. Io ho scelto di recitare una promessa diversa. “I’m with you”. Io sono la vostra voce. A ogni genitore che ha sogni per il futuro del suo bambino, a ogni bambino che ha sogni per il suo futuro, io vi dico questo stasera: sono con voi, combatterò per voi, vincerò per voi11.

Trump qui punta direttamente all’elettorato della Clinton, giocando sulla differenza tra ilUS presidential debate, St. Louis, USA - 09 Oct 2016 suo slogan e quello dell’avversaria che utilizza la terza persona singolare. La seconda persona chiama direttamente in causa l’astante, cercando di coinvolgerlo direttamente in un’aura emotiva che ricorda molto quella generata da ‘Uncle Sam’, il manifesto disegnato nel 1917 da James Montgomery Flagg utilizzato sia nella prima che nella seconda guerra mondiale per reclutare soldati.

Ma è sull’immigrazione che il racconto di Trump si esalta meglio, trovando terreno fertile in quanto l’argomento ‘confini e frontiere’ si adatta benissimo alla sua struttura, e colloca geo­graficamente un ‘noi buono’ contrapposto ad un ‘voi cattivo’.

È il nostro diritto, come nazione sovrana, scegliere quegli immigrati che qui possono avere successo, che sanno assimilarsi, e che amano l’America. Gli altri, via: costruirò il Muro, deporterò i criminali, niente sanatoria per i clandestini. […] è interesse comune sigillare la frontiera, chiuderla col Muro, sconfiggere il traffico di droga, i criminali, i clandestini.


[…] Il muro lo costruirò e lo farò pagare ai messicani, al 100%, non lo hanno ancora capito. Zero tolleranza per i criminali stranieri: dopo l’arresto sarà deportazione immediata, nessun rilascio in attesa di giudizio. Farò una lista di nazioni a rischio, per le quali l’immigrazione sarà sospesa: a cominciare da Siria e Libia. Esami d’ingresso estremi, per chi viene da tutte le zone a rischio. La mia riforma dell’immigrazione sarà finalmente nell’interesse vostro, dei lavoratori americani. I clandestini dovranno andarsene tutti da qui, 11 milioni o quanti sono, poi rientreranno solo se avranno le carte in regola
12.

Inoltre la narrazione di Trump, di matrice indubbiamente populista e demagogica, oltre ad essere imperniata su un divide et impera evidente, si pone come punto di riferimento in epoca post-ideologica caratterizzata anche dal caos determinato dalla sovrabbondanza di informazione. Abbiamo descritto in precedenza, lungo o svolgimento del capitolo 4, le potenzialità che intrinsecamente ha sia sugli astanti che sul campo mediatico esautorato, una narrazione sensazionalistica che fa leva su una certa domanda di stories morbose. Trump soddisfa anche questo requisito (dal punto di vista dello storytelling management) e gli insulti, il turpiloquio, gli attacchi a qualunque figura o categoria scomoda, i gesti, financo la postura sono funzionali al raggiungimento dello scopo. Scopo che peraltro ha raggiunto essendo stato eletto l’8 novembre 2016 il 45° Presidente degli Stati Uniti.

Non si vuole qui affatto esprimere giudizi di valore rispetto all’operato di Donald Trump in campagna elettorale, quanto semmai denunciare quanto nella attuale situazione di ipertrofia del campo economico-finanziario, di insovranità del campo politico, di caos dei saperi e frammentarietà dell’informazione a sua volta suffragata dall’espansione del 2.0, il populismo e il linguaggio demagogico organizzati attorno alla struttura narrativa descritta in precedenza, attraggono di più un pubblico arrabbiato, livoroso, deluso e dalla capacità di attenzione bassa. “Con Twitter si è dato diritto di parola a legioni di imbecilli” tuonava U. Eco, sottolineando che: “sono quelli che parlavano al bar dopo due o tre bicchieri di rosso, e quindi non danneggiavano la società, oggi questa gente ha lo stesso diritto di parola di un premio Nobel”. Questi “imbecilli” sono appunto “le­gioni” e viene in mente quanto possa essere facile in questa situazione vincere le elezioni presidenziali Usa caratterizzate dal sistema dei grandi elettori13.

Trump rispetto al predecessore Obama e alla sua stessa avversaria Hillary Clinton ha speso molto meno per la campagna elettorale perché ha investito tantissimo sul 2.0 e su Twitter, dimostrando, oltre ad aver incentrato la sua comunicazione su un tipo ben preciso di storytelling management adattato al campo politico, di aver ben compreso in prima persona come scalare la catena mediatica a partire dai social per ottenere visibilità quasi gratis.

Gli elettori stanno su Internet nell’epoca narrativa, e solo preso atto di ciò si comprende meglio come abbia potuto Trump, malgrado i sondaggi nettamente favorevoli, vincere le elezioni americane.

Entriamo però di più nel merito. Per quanto riguarda You Tube, Trump ha, a novembre 2016, una media di 30.000 spettatori per stream, la Clinton 500. Su Instagram Trump 2.5 milioni di followers, Clinton 2.1 milioni. Su Facebook 10.772 milioni di fans, Clinton 6.171 milioni. Negli istant pool della “Cnn” successivi al ‘dibattito tv dei record’ tra Clinton e Trump del settembre 2016 (seguito da circa cento milioni di persone) il 62% degli spettatori ha assegnato la vittoria alla candidata de­mocratica ma il più menzionato su Twitter è stato Trump. Il tycoon non ha speso un dollaro in pubblicità televisive. Dice infatti Dario Vignali: “Sembra incredibile, ma è così: a differenza della Clinton, che produce spot televisivi e compra spazi a profusione, Trump non ha dato un dollaro a questo media tradizionale, pur ottenendo su di esso molta più visibilità della Clinton”14.

Invece di pagare acquistando spazi pubblicitari nei vari media tradizionali il neopresidente Usa ha fatto in modo di attirare i media su di sé adottando strategie che li portassero a parlare di lui di default, quindi gratuitamente.

Come fa Donald Trump ad attirare i media?

Trump fa notizia grazie ai suoi tweet e ai suoi post, quindi scala la catena mediatica.

Scalare la catena mediatica significa partire da un media inferiore (per costi e portata) e finire gradualmente su media superiori.

Per esempio: faccio un tweet – il tweet viene ripreso da un giornale – la notizia del giornale viene ripresa dal telegiornale – vieni invitato dai talk show televisivi la sera.

Con un tweet ben fatto sei finito in tv. Gratis.

Trump inoltre, quando va in tv, dice cose altrettanto forti e controverse dei suoi tweet, oppure estremamente argute, che vengono riprese dai giornali del giorno dopo e dai media internazionali. E il circolo virtuoso continua. In tutto il mondo non si può fare a meno di parlare di lui15.

Inoltre c’è da registrare il dato sul suo comportamento esclusivamente all’interno dei social: il repubblicano ha sempre dedicato molta attenzione alla fidelizzazione degli influencer. Caso ha voluto che Justien Bieber, idolo delle teenager, ponesse, durante la campagna elettorale un like ad un post di Trump. L’imprenditore non si fece sfuggire l’occasione e invitò il cantante ad un evento offrendogli ben cinque milioni di dollari (del Partito Repubblicano però). Il manager di Bieber mandò a monte tutto facendo endorsement per la Clinton, ma questo ha costituito uno spot che ha fatto il giro del mondo e ottenuto gratuitamente. Infatti, nonostante il fatto che il concerto non si sia fatto tutti hanno saputo che Bieber simpatizza per Trump, che a sua volta ha goduto della potenza di un testimonial di fama internazionale.

Gli elettori oggi passano più tempo online, almeno due ore per ogni ora spesa guardando la tv”16, ha spiegato il consulente politico e partner di Google, Frank Luntz. Questo dato unito a quello sui ‘nuovi analfabeti’ o analfabeti funzionali dà la misura della potenza di tale approccio in campo politico.

Trump dal vivo e sui social usa frasi corte e parole semplici (come ‘vittoria’, in inglese win, al posto di ‘successo’, successful), evita termini tecnici oppure li spiega. Se si parla di una “trattato economico con i paesi asiatici” lui dice “fare affari con la Cina” e così via.

Gli americani sono un popolo di analfabeti funzionali.

Secondo gli ultimi dati stilati dal Dipartimento per l’educazione USA ben 32 milioni di americani ha difficoltà nella lettura. Un americano su sette ha dimostrato di avere un vocabolario molto limitato, di non capire il significato di molte delle parole e di non riconoscere i termini dal loro slang.

Solo il 13% della popolazione è autosufficiente in queste tre aree: la capacità di comparare due punti di vista, come due editoriali; la capacità di interpretare una tabella della pressione del sangue con età e attività fisica; o di comparare il costo all’etto degli alimenti.

Per parlare agli americani quindi Trump ha capito che deve usare un linguaggio elementare17.

Sappiamo inoltre che Trump, differentemente dai predecessori repubblicani o della stessa Clinton, non si circonda di uno staff numeroso al fine di controllare pedissequamente i testi ral­lentando di fatto tutta la comunicazione, ma twitta spesso in prima persona, altro elemento gradito alla logica dei social che vogliono si nuove opinioni, ma semplici e subito. Ciò paradossalmente pone fine in un certo senso all’età dei grandi guru della comunicazione puri, strapagati e forse anacronistici considerando anche gli ultimi risultati negativi che hanno incassato in Europa. In questo caso Trump accentra in sé la figura dello spin doctor eliminando buona parte della fase di filtraggio in quanto sia la logica neoliberista del campo economico – finanziario sia la media logic di un sottocampo mediatico esautorato e rivoluzionato dagli sviluppi del 2.0 suffragano giocoforza comportamenti istintivi, emotivi, molto semplici, brevi, immediati e aggressivi. E questi comportamenti, a loro volta, ben si adattano ad una narrazione che predilige fantomatici eroi contro fantomatici cattivi all’interno di un nuovo teatro della minaccia, della vendetta e della salvezza. Ciò per quanto riguarda i tempi brevi e le campagne elettorali.

Per quanto riguarda i contenuti, come dicevamo, vale sempre la chiosa di Carville “I fatti parlano ma le storie fanno vendere”, e ha ragione. Ma il campo politico dovrebbe avere nel ruolo di astanti degli agenti elettori, non consumatori di storie e fiction, status quo che certifica altresì un campo politico insovrano ed esautorato. La riflessività è bandita, è noiosa e necessita di un lavoro critico da parte del fruitore che oggi non può più fare. È lo stesso Carville a spiegarcelo:

Perché per i democratici è così difficile vincere le elezioni? Perché recitano una prevedibile litania: “Credo nel diritto del­le donne a decidere della propria vita. Credo che un buon sistema scolastico sia per noi essenziale. Sono per il salario minimo”. Bla, bla, bla. È come quando facevo il chierichetto: “Credo nella verginità di Maria. Credo in questo e in quello”. Ma il “vero” racconto (del Vangelo, ndr) è questo: “Eravamo un gruppo di pescatori e Gesù è venuto: è morto e ha dato il suo sangue per salvare tutti noi”.18

Se riuscirà il ‘Trump redentore a realizzare il suo programma è un altro paio di maniche. Il fact checking necessita dei tempi lunghi e chi, come l’imprenditore, conosce e si muove all’interno dell’attuale paradigma caratterizzato da frammentazione, elasticità e cambiamento perenne probabilmente teme poco di essere smascherato. Perlomeno, ripetiamo, a fronte di un campo politico eterodiretto.

1J. Carville-P. Begala, Back Up, Suck Up and Come Back when You Foul Up. 12 Winning Secrets from the War Room, Simon & Schuster, New York, 2002, p. 109.

2Alma Pantaleo, Ecco i segreti del successo di Donald Trump. Intervista a Francesco Bogliari, “Formiche”, 2016. Disponibile in http://formiche.net/2016/11/10/ecco-quali-sono-segreti-del-successo-di-trump-parla-francesco-bogliari/.

3Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

7Adnkronos, Dalle offese ai disabili ai commenti sessisti: tutte le frasi choc di Donald Trump, 2016, disponibile in http://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2016/11/09/dalle-offese-disabili-commenti-sessisti-tutte-frasi-choc-donald-trump_BcWUSbe6qlnyySEPUyTn4M.html.

8Riccardo Pizzorno, Elezioni Usa 2016, i programmi economici di Clinton e Trump a confronto, in “Il Fatto Quotidiano.it”, ottobre 2016, disponibile in http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/24/elezioni-usa-2016-i-programmi-economici-di-clinton-e-trump-a-confronto/3118197/.

9Donald Trump, Discorso presso la Convention Repubblicana, Cleveland, luglio 2016, disponibile in http://www.ilpost.it/2016/07/22/discorso-finale-convention-trump/.

10Ibidem.

11Ibidem.

12In Federico Rampini, “Usa, Trump sugli immigrati: “Tolleranza zero con i criminali””, “Repubblica.it”, settembre 2016, disponibile in http://www.repubblica.it/esteri/2016/2016/09/01news/usa_messico_trump_migranti_146986553/.

13Vale la pena ricordare che sono stati 64.223.958 voti in favore di Hillary Clinton, mentre il presidente eletto ne ha ottenuti 62.206.395. Non cam­bia però il numero dei grandi elettori: il tycoon ne ha conquistati oltre 300, molti di più dei 270 necessari per vincere alla Casa Bianca. Sono circa due milioni i voti in più ricevuti dalla democratica, che però è stata sconfitta. È l’effetto della legge elettorale con cui gli Stati Uniti eleggono il loro presidente. O meglio eleggono, in realtà, 538 grandi elettori che, con un’elezione di secondo livello, sceglieranno poi l’inquilino della Casa Bianca. La vittoria di Trump è l’effetto del maggioritario e negli Usa funziona così da sempre. Per un maggiore approfondimento http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/11/23/clinton-ha-avuto-2-mln-voti-piu-di-trump_fc5177e0-7e56-47ec-bbfc-331deb5e0c1f.html.

14Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

15Ibidem.

16Ibidem. Per maggiori chiarimenti vedere anche L. Landò, George Lakoff: Carisma e battute, la formula Trump parla direttamente al nostro cervello, “Repubblica.it”, luglio 2016, disponibile in http://www.repub­blica.it/esteri/2016/07/21/news/george_lakoff_carisma_e_battute_la_formula_trump_parla_direttamente_al_nostro_cervello_-144553118/.

17In Dario Vignali, Marketing Politico ed Elettorale: le strategie utilizzate da Donald Trump per le elezioni Americane, 2016, disponibile in http://www.dariovignali.net/marketing-politico-ed-elettorale/.

18James Carville dissecting the Dems, in Newsweek, ottobre 2006, citato in Christian Salmon, Storytelling, La fabbrica delle storie, Fazi Editore, Roma, 2008, p. 101.

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Il partito liquido: massimo impatto, istantanea obsolescenza

Scienza e tecnica della comunicazione politica neoliberista. Trump e Berlusconi: i punti di contatto.

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In Italia con la fine della Prima Repubblica si è assistito anche alla fine dei vecchi partiti ideologici. Solo la Lega Nord non cambiò il proprio nome. Con Berlusconi, dal 1994, abbiamo registrato lo sdoganamento definitivo, anche nel nostro Paese, del concetto di impresa applicato ai partiti. La svolta aziendalista e liberista del noto imprenditore, con il suo lungo governo interrotto solo a tratti, venne elevato a paradigma e tutti i soggetti in campo si adeguarono in qualche modo ai nuovi metodi propugnati prima da Forza Italia e poi dal Popolo della Libertà.

Protagonista indiscussa di questo cambiamento fu la comunicazione. Il Cavaliere oltre ad avere il controllo delle tre maggiori emittenti televisive commerciali poteva contare su un apparato aziendale di prim’ordine composto da professionisti del marketing e della comunicazione. L’approccio improntato sulla customer satisfation trovava del tutto impreparata la sinistra, che oltre a non disporre dei capitali di Berlusconi, faceva leva su un know how obsoleto.

Dice infatti Carlo A. Marletti1:

L’idea che i suoi dirigenti (della sinistra, ndr) si facevano della conduzione di una campagna politica in una democrazia mediatizzata era del tutto arcaica. Si prenda per esempio un problema ben conosciuto nel marketing: la funzione cognitiva che ha la marca aziendale per i consumatori, e che in politica è rappresentata dai simboli dei partiti. A quanto si dice, Occhetto, allora segretario del Pds, una volta raccontò tutto orgoglioso che il disegno della quercia con cui fu sostituito il simbolo storico del Pci, la bandiera rossa con la falce e il martello sopra quella tricolore, se l’era fatto lui stesso in casa con l’aiuto di qualche compagno. […] Il nome del nuovo partito del Cavaliere fu invece scelto dopo attente indagini. ‘Forza Italia’ era uno slogan che qualche tempo prima era stato lanciato in una campagna elettorale della Dc, e poi ripreso anche da altri che garantiva un alto gradimento popolare, testato attraverso sondaggi e focus group.

Tirava dunque anche in Italia, sebbene leggermente in ritardo rispetto agli altri paesi industrializzati, un’aria neoliberista. Assistevamo banalmente alla stessa dinamica descritta in precedenza, quella del passaggio dal prodotto al marchio o brand in campo politico. Più in generale Michele Sorice sostiene che2:

Nella tradizione recente del marketing politico, si possono individuare tre dinamiche principali da parte dei partiti e dei candidati politici. La prima è quella che possiamo definire come ‘orientata al prodotto’: in questo caso essa si configura come l’offerta di un’ideologia (o di un programma) all’elettore; la seconda si potrebbe indicare come ‘orientata alla vendita’ e consiste nella promozione delle idee del partito presso i potenziali elettori; la terza infine può essere definita come ‘orientata al mercato’: in questo caso il candidato (o il partito) segue ed adotta le posizioni ideologiche della maggioranza degli elettori.

La politica orientata al prodotto è quella più tradizionale, in cui la dimensione ideologica assume un valore molto elevato e in ugual modo in quella orientata alla vendita il punto di partenza può essere rappresentato dall’ideologia. Siamo invece, a partire dalla ‘discesa in campo’ politico di Silvio Berlusconi, all’interno di una fase di politica orientata al mercato che peraltro, come abbiamo argomentato, presenta diverse e mutevoli sfaccettature. Una politica orientata al mercato va alla ricerca dei bisogni dei singoli cittadini per cercare di offrire risposte personalizzate o, meglio, apparentemente tali3.

In questa logica il vettore della comunicazione diventa a vario titolo propaganda. Emblematico in questo senso fu il duello televisivo su Canale5 del marzo 1994 tra Silvio Berlusconi e Achille Occhetto organizzato dalla trasmissione ‘Braccio di Ferro’ condotta da Enrico Mentana.

Fu la prima campagna nazionale strutturata sul bipolarismo, quella del 1994; la prima della Seconda Repubblica. E perciò anche imperniata sulla dicotomia nuovo/obsoleto. “L’idea del confronto televisivo tra Berlusconi e Occhetto è maggiormente debitrice verso la tradizione politica e culturale americana, che vede in tutta la sua storia, ben dodici occasioni di confronto televisivo” scriveva Christian Raimo, aggiungendo che: “Ma il sistema politico italiano non si lascia scoraggiare dalla mancanza di tradizione del genere politico-televisivo. Dietro le quinte del cosiddetto ‘duello dell’anno’, infatti, lavorano per settimane almeno un centinaio di persone, tra esperti di comunicazione televisiva al servizio di Berlusconi e vecchi professionisti della politica che allenano Occhetto allo ‘scontro fuori casa’4.

Ebbene “gli esperti di comunicazione televisiva” al soldo di Berlusconi, unitamente al fatto che il Cavaliere ‘giocava in casa’, ebbero la meglio sui “vecchi professionisti della politica” vicini ad Occhetto. Questi, in sintesi, non considerarono proprio la logica del campo economico – finanziario che, ipertrofico, forse per la prima volta in Italia cominciava a cooptare pesantemente il campo politico – sociale suffragata dai media. Ciò mediante il marketing che in questa fase si basava ancora sulla preminenza del logo e del marchio, ora costituito da simboli veri e propri, ora da degli abiti financo a degli atteggiamenti e posture. C’era ovviamente anche una narrazione, ma i maggiori investimenti per gestire le attenzioni degli astanti si facevano sui simboli.

Mi piacciono i comizi, non considero il dibattito tv decisivo. Sarò me stesso e basta5” dichiarava Achille Occhetto, dando la misura di ciò che stiamo argomentando. Nulla di più emblematico insomma, per testimoniare la differenza di approccio al campo politico da parte dei candidati alle elezioni politiche del ’94. Ciò che Occhetto non considerava principalmente però è che in quella che era l’embrione della democrazia ipermediatizzata la performance e la recitazione tout court diventano imprescindibili sul piano strategico.

Questa infatti la sintesi di C. Raimo6:


La vera nota interessante del dibattito è però rappresentata dall’abbigliamento dei due, per certi versi antitetico. La costruzione di un’immagine iconica del Cavaliere nascerà, infatti, dalla sua prima campagna elettorale, culminata proprio in questo dibattito, dove troviamo diversi topoi che lo accompagneranno nel corso degli anni seguenti. Berlusconi indossa un doppiopetto blu, con una camicia azzurrina: “John Kennedy ce l’aveva così quando in TV stroncò Nixon, ancora fermo al bianco detersivo”, osserva Maria Latella, il giorno dopo, sul Corriere della Sera. Il Cavaliere è abbronzato, come sempre, con una sottile nota di cipria marroncina. Brilla sotto i riflettori, secondo L’Unità grazie a uno speciale filtro della telecamera, la spilletta di Forza Italia appuntata sulla giacca, e che gli varrà, il giorno dopo a Striscia la Notizia, uno stacchetto sulle note di ‘Splendido Splendente’. Nel complesso, si presenta piuttosto bene, anche se il suo classico sorriso non riesce a nascondere un filo di tensione. Egli stesso, il giorno dopo, si definirà a L’Unità come “un parvenu in questo mestiere di duellante TV”.
Occhetto, invece, è visivamente un disastro. Sfoggia un completo marrone di taglio tardo-sovietico, con una cravatta marroncina dalla fantasia piuttosto mesta: “Proprio lui, di solito così elegante con i suoi gilet”, osserva delusa sempre Maria Latella, sul Corriere del giorno dopo. La camicia bianca, poi, dagli schermi televisivi sembra apparire sbiadita, quasi giallina. Il pezzo forte di Occhetto è però il completo marrone, che assurgerà a immagine iconica e traumatica per la sinistra italiana tutta, tanto da ispirare la pagina su Facebook ‘Il completo marrone di Occhetto’. Sergio Spina ricorderà, su L’Unità dell’8 marzo 2006, come quella sera “
Occhetto si presentò con quel vestito marrone tutto nuovo, che quando lo vidi mi misi le mani nei capelli. In seguito dissero perfino che avevamo perso per colpa di quel vestito. Ma questa era una sciocchezza”. Qualche giorno dopo, su L’Espresso, lo stesso corrispondente italiano della CNN suggerirà ad Occhetto di “buttare quell’abito marrone”.
La stessa Alba Parietti, chiamata il giorno dopo dal Corriere della Sera ad esprimersi sul look dei due, osserverà: “
La cravatta di Occhetto è stile “Compagni, ci siamo comprati la Cinquecento!”, quella di Belrusconi è stile “Tesoro, cosa mi metto per il matrimonio?”. Poi il leader del Pds quel vestitino l’ha certamente comprato alla Standa”. Occhetto, chiosa infine la soubrette, è andato sicuramente “dal parrucchiere di Toto Cutugno, mentre Berlusconi da quello di Julio Iglesias”.
L’ascolto medio della trasmissione sarà di circa nove milioni e mezzo di spettatori, con picchi di dodici milioni e mezzo intorno alle 22,50 e con uno share pari al 61,3%, sfiorando gli ascolti della partita di calcio Germania-Italia (2-1), trasmessa qualche ora prima su Rai1, con tredici milioni di ascoltatori. Secondo Enrico Mentana, interpellato due giorni dopo da Repubblica, siamo di fronte al più alto ascolto raggiunto da una trasmissione politica nella storia d’Italia.

Difficile asserire che Berlusconi abbia vinto le elezioni del 1994 grazie a quello scontro televisivo, ma sicuramente siamo autorizzati ad assumere che la televisione abbia avuto, in quella occasione, un ruolo di primaria importanza. E sicuramente si è segnato un punto di svolta nell’intendere ed interpretare la comunicazione politica nelle campagne elettorali nel nostro paese.

Iniziavano a evidenziarsi anche in Italia, in quella sede, gli effetti di un campo economico ipertrofico, che già palesava con la pubblicità commerciale degli anni ’80 la sua logica del brand. La politica, grazie al vettore della comunicazione televisiva (l’etere, vale la pena ricordare, era stato parzialmente liberalizzato con la legge Mammì nel 1984), subiva un primo shock con la sua repentina spettacolarizzazione. Si cominciava a ricercare il massimo impatto e l’istantanea obsolescenza nel messaggio veicolato, cosa che favorisce la generalizzazione delle condotte trasgressive; con questa matrice l’individualismo e l’affermazione di sé non ha più limiti7. E dunque il risultato non può essere che l’iperpersonalizzazione, l’ipertimesia, l’estremo indebolimento di un paradigma nel campo politico imperniato sul messaggio ideologico. In questa liquefazione delle regole del campo politico si può, relativamente, dire tutto e poi il contrario di tutto.

forza-italia-1994-19961-1024x455Ma, come abbiamo ripetuto più volte, questo marketing era imperniato ancora dalla preponderanza del logo. Non possiamo dunque esimerci da una analisi del brand di Berlusconi. Il simbolo di Forza Italia non era stato certo elaborato a caso, in quella che era in Italia il primo esempio di politica orientata al mercato. Non fu infatti una coincidenza il fatto che il nuovo partito del Cavaliere venne chiamato ‘Forza Italia’ in occasione delle elezioni del 1994, anno in cui si sarebbero svolti i mondiali di calcio in Usa. Il potere evocativo trasversale del nome giocava proprio sull’ambiguità con lo slogan da stadio, dove qualunque ideologia lasciava il posto alla comune passione per la nostra nazionale di calcio. Fu il creativo Cesare Priori, che lavorava con Berlusconi fin dal 1979 (il primo disegno del Biscione di Canale5 è suo) ad elaborare il simbolo di Forza Italia.

Dice Priori: “L’espressione ‘Forza Italia’ era un incitamento a darsi da fare, muoversi, mettersi insieme. Poi c’è un particolare che può essere divertente: si sapeva che nel 1994 ci sarebbero stati i mondiali di calcio e Berlusconi ne tenne conto”, sottolineando che Berlusconi gli rimarcava: “Potremmo sfruttare il veicolo sportivo, le partite in cui i tifosi allo stadio gridano ‘Forza Italia!’, avremmo già una frase che è sulla bocca di tutti e può entrare nella testa. Speriamo che tutto vada bene, male che vada le bandiere che abbiamo fatto ce le possiamo rivendere allo stadio8.

Insomma doveva essere una cosa semplice, immediata e senza fronzoli. Un simbolo che si vedesse e si capisse subito e parlasse da solo. Il tricolore, a completare lo slogan, venne dopo e doveva essere percepito come elemento di aggregazione.

Racconta infatti Priori9:

[…] ci interessava richiamare il tricolore sul piano cromatico, ma ci è bastato ‘simboleggiare’ il discorso dei colori, senza metterli nella posizione classica della bandiera. Avevamo provato la stessa scritta con le bande verticali, ma non funzionava bene: questa soluzione aveva invece più impatto, si muoveva meglio, accompagnava anche quell’accenno di ‘sventolio’, sebbene finto, che avevo dato alla bandiera, per cui ho trovato che il tutto fosse più legato.

Anche il tipo di carattere utilizzato per lo slogan fu oggetto di attenta pianificazione strategica10:

[…] fui criticato. Mi dissero che avevo utilizzato un disegno vecchio. Siamo partiti da un carattere ‘bastone, un Helvetica per capirci, ma non legava bene: comprimendolo abbiamo occupato il più possibile lo spazio. Non sarà stata una genialata, il ‘bastone’ è datato, forse anche brutto, adattato per essere il più leggibile possibile; alla fine però il messaggio è passato. Tra l’altro, nelle versioni successive togliemmo l’ombra interna della scritta perché, riducendo il bianco delle lettere, impastava il tutto e faceva perdere in leggibilità. […] era meglio semplificare il disegno.

Il font, inoltre, ha decisamente un peso rilevante in un marchio politico. Noi abbiamo sempre usato caratteri piuttosto potenti, sempre classificabili come ‘bastoni’: abbiamo evitato caratteri con grazie, sempre tenendo presente che il disegno doveva essere ridotto a due o tre centimetri di diametro, per cui tutte le grazie e i particolari sottili si ‘impastano e ‘si chiudono’, insomma non si vedono.

Non vogliamo qui sostenere che il successo del partito di Berlusconi, anche considerando la svolta del Popolo delle Libertà, sia stato appannaggio solamente del suo brand. Difficilmente un marchio politico diventa incisivo come quelli degli agenti propri del campo economico come Coca Cola, Fiat o Apple se non è supportato dal carisma di chi vi è dietro. Ma la chiarezza del logo di Forza Italia, alla portata di tutti e senza richiami divisivi, l’immediatezza del messaggio veicolato e la sua semplicità sono stati elementi tattici premeditati al fine del raggiungimento del consenso di successo. “Vale qui la filosofia enunciata da Berlusconi”, chiosa Priori: “Se un messaggio impiega più di tre secondi per essere capito o non è chiaro, oppure può essere sbagliato11.

A suffragio del potere evocativo della simbologia berlusconiana basti pensare che nell’immaginario popolare e nel linguaggio giornalistico, ancora oggi i candidati di Forza Italia sono denominati ‘gli azzurri’ proprio come i giocatori della nazionale di calcio.

[…] l’azzurro era stato giustificato con la scelta di un’iconografia molto semplice, molto tranquilla, per comunicare serenità e leggerezza. Una volta, peraltro, ho ricevuto una critica, tra le tante, perché lo sfondo dell’azzurro con le nuvole era lo stesso usato nella scenografia del funerale di Fellini… e io non lo sapevo. D’altra parte c’era il famoso concetto sportivo della ‘discesa in campo’, legato anche, come dicevo, all’esperienza dei Mondiali che si sarebbero giocati quell’anno avendo l’Italia, dunque gli Azzurri, come protagonista.12

A nostro parere, peraltro, a suffragio della crescente personalizzazione della politica in Italia a partire, appunto dalla ‘discesa in campo’ di Berlusconi, vi è il dato del legame indissolubile del marchio di Forza Italia alla persona del Cavaliere. Sono in molti a pensare che quando l’imprenditore uscirà definitivamente di scena dal campo politico il suo brand non funzionerà più. Sia chiaro, la recente crisi di tutto il centro destra e la sua conseguente frammentazione è da imputare ad una pluralità di fattori, in primis i guai giudiziari del Cav che lo hanno più di altro esautorato, e non alla sua comunicazione. Comunicazione che, da sola, probabilmente lo ha reso ancora protagonista alle elezioni politiche del 2013 a dispetto del suo malgoverno e dei suoi problemi con la giustizia.

L’altra sponda del sistema bipolare degli anni ’90 fino al 2013, la sinistra, non stava al passo con Berlusconi in questo senso in quanto ancora resistente alla logica ipertrofica del campo economico, non perché non avesse le competenze da organizzare sul piano del marketing, ma perché ancorata all’apparato ideologico. Questo almeno fino alla rivoluzione liberale interna attuata da D’Alema, che si pose sullo stesso piano di Berlusconi, perlomeno in riferimento alla personalizzazione. Ciò determinava, dopo uno spostamento al centro del PDS mediante l’alleanza con i postdemocristiani del PPI, la nascita dell’Ulivo e la successiva leadership di Romano Prodi.

La rivoluzione liberale dalemiana si rivelerà un boomerang: scontenterà parte del proprio elettorato e non attrarrà consensi significativi dalla borghesia produttiva. Infatti, nonostante l’adesione corale alla segreteria dalemiana, il partito ‘in carne e ossa’ risponde solo in parte a queste ulteriori innovazioni.

Ad ogni modo, con gli Stati generali della sinistra convocati a Firenze il 27 marzo 1998 danno vita alla nuova formazione partitica frutto della fusione per incorporazione con ex-repubblicani, ex-socialisti, cattolici democratici e dissidenti di Rifondazione comunista, i Democratici di sinistra. La transizione fu evidenziata con la sostituzione simbolica della falce e martello all’interno del logo di partito con la rosa, simbolo del Partito socialista europeo13.

L’ambiguità giocata dalla sinistra tra la fine degli anni ’90 e gli anni 2000, generata da una lunga e complessa discussione interna volta da una parte a stringere alleanze con i gruppi politici più centristi e moderati che però a sua volta creava fenomeni di scollamento dal proprio elettorato naturale, si traduceva quindi anche nella comunicazione. La volontà di eliminare i richiami e le simbologie ideologiche non poteva tout court ribaltare una struttura ancora basata su metodi politici fortemente caratterizzanti e propri del campo, che si espletavano giocoforza nei tempi medio/lunghi.

L’uomo solo al comando di stampo neoliberista è invece veloce, istintivo, trasgressivo, performativo ed individualista. Ci vollero quasi vent’anni di governo Berlusconi, interrotto solo a tratti e non in maniera strutturale, per contaminare anche la parte più fedele alle regole del campo, quella a sinistra, con la logica ipertrofica del campo economico – finanziario mediante l’avvento di Matteo Renzi.
Fino ad allora le ‘sinistre italiane’, mentre Berlusconi concentrava le proprie risorse all’esterno, erano vittime di una crisi al proprio interno, ingarbugliate in un’opera continua di definizione/ridefinizione:

Con l’elezione di Massimo D’Alema a Presidente del consiglio, la leadership dei DS viene assunta da Veltroni, riproponendo l’affermarsi di quella spinta modernizzatrice (41%) opposta alla resistenze sindacal-corporative (28%) interne al partito. Con il Congresso di Torino vengono avanzati una serie di emendamenti che formalizzano il decentramento organizzativo del partito. Il progetto disegna una struttura federale in cui le unioni regionali costituiscono le unità di base del partito. Verso un regime di poliarchia, evoluzione del sistema di potere monolitico ex-Pci, il processo di fazionalizzazione viene riconosciuto dallo statuto, in quanto le associazioni di tendenza e le autonomie tematiche si affermano e acquisiscono autonomia organizzativa e programmatica. All’indomani della sconfitta alle elezioni regionali del 2000 decide di dimettersi, rivelando tutta la fragilità e il momento di crisi attraversato dal partito, finora rettosi soprattutto grazie alla risorsa della guida di partito. Il 15 dicembre 2000 l’Assemblea congressuale elegge D’Alema Presidente dei DS, costituendo una diarchia che riflette la maggiore dispersione del potere.

Le elezioni politiche del 2001 segnano un dietro front per i DS che ottengono alla Camera solo il 16,6%. Lenisce la sconfitta la vittoria di Veltroni a sindaco di Roma. In attesa del Congresso, il partito si affida a una reggenza di undici membri presieduta da Pietro Folena. Fino al 16-20 novembre 2001, i DS attraversarono una fase di deriva che poteva innescare una vera e propria implosione. “O si cambia, o si muore” affermò l’allora futuro segretario dei DS, Piero Fassino.

Così, mentre la perdita di appeal del governo di centro-destra e l’intensa mobilitazione sindacale e pacifista permettono alla Quercia di recuperare iscritti e consensi, nel 2003 i DS s’imbarcano nuovamente, pur se ostacolato da numerose divisioni interne, nella realizzazione del progetto di un nuovo Ulivo.

Con le ottime performance delle regionali del 2005, i DS fanno appena in tempo a ritrovare piena fiducia in se stessi, quando la risalita viene bruscamente arrestata nel 2006 con la diffusione delle intercettazioni di alcune telefonate tra Fassino e il presidente dell’Unipol Giovanni Consorte. L’immagine macchiata dei DS è una delle cause di una vittoria sul filo di lana dell’Unione alle politiche del 2006. Il mancato sfondamento ha convinto la Quercia ad andare alla fusione con La Margherita: una scelta, dunque, non per idealità e convinzioni, ma per esaurimento più che per vitalità.

Il 19-20 aprile 2007 il IV Congresso dei DS segna la conclusione della lunga transizione PCI/PDS/DS e lo scioglimento di quest’ultimo nel Partito Democratico.

Ancora una volta, però, i DS non hanno potuto impedire la scissione di una minoranza: sia la componente di Mussi che quella di Angius lasciano i DS14.

A destra invece, anche con la svolta del PdL, il partito è sempre stato Berlusconi. La sua simbologia, il suo brand, financo il suo stile di vita. Il suo ruolo è diventato un tutt’uno col suo corpo: “Corpo abbronzato, dagli impianti leggendari di un Berlusconi diventato spettrale a colpi di chirurgia estetica”, dice Christian Salmon, “l’ideale in una società in cui le industrie culturali valorizzano l’incessante ricerca di nuove fonti di eccitamento15. L’uomo politico neoliberista, peraltro, deve incarnare la necessità perenne di cambiamento, deve risultare smussabile, mutabile, scolpibile a piacimento. Ed ecco, che in questa logica bulimica e frenetica i Bunga Bunga passano in secondo piano, se non diventano addirittura motivo di vanto; il campo politico perde la sua autonomia, la sua logica e struttura per far posto ad altro. Ecco perché non solo gli atti poco etici da parte di Berlusconi, ma anche i reati da lui commessi non lo hanno mai del tutto esautorato.

President Donald Trump Attends A Salute To Our Armed Services BallInoltre il Cav è molto simile a Donald Trump. Se pensiamo a Trump, il suo presentarsi come personaggio ‘nuovo’, al di fuori degli schemi, un cane sciolto senza alcun legame con la screditata classe dirigente di Washington, ha fatto si che la veridicità delle sue affermazioni passasse totalmente in secondo piano rispetto all’impatto radicale che il suo stile ‘innovativo’ ha portato all’interno del dibattito politico negli Usa. Siamo autorizzati ad assumere che Silvio Berlusconi abbia introdotto tutti questi metodi di comunicazione e manipolazione vent’anni fa. E molti sono i punti di contatto tra il Cavaliere e il tycoon di New York. A parte i rapporti con la stampa che Berlusconi per buona parte controllava mentre Trump la attacca in maniera aperta e perpetua, sono entrambi businessmen scesi in politica, entrambi inclini all’uso di un linguaggio politicamente scorretto, fatto di pesanti battute a sfondo razzista e misogino, entrambi hanno incarnato nel gioco delle democrazie occidentali il ruolo dell’uomo che si è fatto da solo, che affascina l’immaginario grazie al successo ottenuto nel mondo degli affari e all’ostentazione di una ricchezza molto pacchiana, che però fa sognare.

Entrambi hanno sempre dimostrato disprezzo nei confronti della legge e spregiudicatezza negli affari. Trump e Berlusconi hanno creato la loro immagine basandosi sul motto “me against the world”, che ha saputo toccare in maniera vincente le corde più sensibili di un’ampia fetta di elettorato.

Trump, come Berlusconi, si è affermato sfruttando una situazione di crisi della politica tradizionale. Mentre Berlusconi cavalcò l’onda di Tangentopoli, che spazzò via buona parte della classe dirigente italiana dell’epoca, Trump ha raccolto a suo vantaggio la profonda sfiducia che buona parte dell’elettorato ha riservato nei confronti di Hillary Clinton come candidata sfidante per la presidenza. E, in generale, sfruttando il sentimento di rabbia nei confronti delle élite liberali, considerate come le principali responsabili per la de-industrializzazione del paese, ha potuto cavalcare il malcontento di una fetta della popolazione statunitense riguardo le ondate migratorie, specialmente quelle dal Messico e dall’America Latina.

Berlusconi e Trump, hanno goduto di un forte successo anche tra le classi operaie nazionali, sentitesi abbandonate dai partiti progressisti e di sinistra, i quali, invece di elaborare idee utili per recuperare il terreno, hanno sempre più abbandonato la loro classe sociale di riferimento. Questi partiti sono diventati al contrario promotori di politiche di austerità, cedendo quindi le prerogative dei diritti dei lavoratori a partiti di destra.

L’ipernormalizzazione che ha attuato Berlusconi, e che Trump sembra destinato a seguire, indica la loro precisa volontà di vivere al di sopra non solo della legge, ma della stessa logica. Questa è rappresentata attraverso la proiezione del loro narcisismo come stile di vita destinato ad assurgere a mediatore dei sogni dei loro elettori.

1Carlo A. Marletti, Quanti voti sposta la televisione?, in La Repubblica dei media” Il Mulino, 2010, p. 107.

2Michele Sorice, La Comunicazione Politica, Carocci, 2011, p. 84.

3Ivi, p. 85.

4Christian Raimo, Avere vent’anni. Berlusconi contro Occhetto, Minima&Moralia, 2014, disponibile in http://www.minimaetmoralia.it/wp/avere-ventanni-berlusconi-contro-occhetto/
5Ibidem

6Ibidem

7C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 97.

8Gabriele Maestri, Il simbolo di Forza Italia? Un marchio forte, ma finirà con Berlusconi, Termometro Politico, 2013, disponibile in http://www.termometropolitico.it/74132_lintervista-il-simbolo-forza-italia-marchio-forte-finira-berlusconi.html

9Ibidem.

10Ibidem.

11Ibidem.

12Ibidem.

13Marina Ripoli, Democratici di Sinistra: la transizione PCI/PDS/DS, Spinning News, 2010, disponibile in https://spinningnews.wordpress.com/2010/05/28/democratici-di-sinistra-la-transizione-pcipdsds/

14Ibidem.

15C. Salmon, La politica nell’era dello storytelling, Fazi Editore, 2014, p. 98.