Togliatti 447: la baraccopoli che nessuno vuole vedere.

A Torre Spaccata da quasi dieci anni sorge, nascosto tra la vegetazione e l’immondizia, un campo rom che ospita sessanta persone. Vivono senza servizi minimi, e in questo vero e proprio villaggio l’attività principale è bruciare materiali edili di scarto, al fine di ottenere metalli da rivendere.

Bruno di Venuta (CdQ Torre Spaccata): “I roghi tossici da anni ci tormentano”.

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Se camminate con attenzione, all’altezza del civico 447 di via Palmiro Togliatti in direzione Centocelle non potete non accorgervi che la recinzione che divide la strada dall’area verde adiacente ad un certo punto risulta divelta. Entriamo e percorriamo un sentiero in discesa circondati da una fitta vegetazione che dopo pochi metri si mescola all’immondizia. Scendiamo ancora e, mentre ci vengono incontro alcuni bambini sorridenti e curiosi, ci accorgiamo che in quel burrone protetto dagli alberi e dalla vegetazione sorgono, tra macerie, immondizia e arbusti, una decina di baracche.

20160902_161654E’ un vero e proprio villaggio, abitato da rom rumeni, con un via vai di persone estenuante; ragazze che trasportano bidoni d’acqua con un carrettino, uomini seduti ai tavolini fuori dalle baracche intenti a discutere animatamente. Donne, come Alina, molto socievoli e che tengono a mostrarci l’interno di una baracca. “Ecco come viviamo” ci dice fiera, aprendo una tenda all’entrata: “Non abbiamo nulla, siamo poveri, ma siamo puliti e dignitosi”. Per quanto possibile ovviamente: l’interno delle abitazioni di fortuna è relativamente pulito, ma tutto il campo è pervaso da spazzatura che chi vive qui accumula, trasporta e lavora per ottenere metalli da poter poi rivendere.
Come ci raccontano candidamente Dario, Manuel e Gianluca, di 19, 16 e 15 anni: “Per vivere raccogliamo materiale di scarto dai secchioni della spazzatura; poi lo bruciamo per ottenere rame o ottone da vendere. Più o meno guadagniamo dieci o quindici euro alla settimana”. Facciamo loro tante domande, ma sono restii a raccontarci nei dettagli il loro stile di vita. Comunque capiamo che: “Non andiamo a scuola; abbiamo fatto qualche anno in Romania, ma qui non abbiamo mai potuto andarci, anche se vorremmo”. Loro vivono nel campo da cinque anni, ci raccontano, ma non deve piacergli molto in fin dei conti vivere in mezzo alla spazzatura, tra zecche e topi: “Non abbiamo acqua, luce, niente. Di noi si ricordano ogni tanto solo per sgomberarci e basta. Ma tanto poi ritorniamo”, ci dice Manuel, mentre Dario, apparentemente il più istruito dei tre sottolinea: “Comunque qua viviamo stabilmente in sessanta persone circa: una decina di famiglie. Poi durante il giorno per trasportare il ferro e portare cibo e acqua siamo anche di più”.

Un villaggio rom dunque: a pochi metri dal traffico della Palmiro Togliatti da20160902_162240 una parte e dai palazzi di via Terenzio e via Lizzani dall’altra, che vive di una vita propria, indifferente alla Roma che la circonda. Una enclave protetta dalla vegetazione e, in un certo senso, dalla strafottenza delle istituzioni, alle quali probabilmente va bene fare finta che quelle famiglie non esistano. E che quindi non esistano anche i minorenni che avrebbero diritto ad andare a scuola piuttosto che lavorare con le mani nella spazzatura tutto il giorno.

Costeggiamo il campo, e andiamo a parlare con i cittadini di via Terenzio che conoscono molto bene il problema, in quanto giocoforza ci convivono: “Subiamo roghi tossici un giorno sì e uno no” ci dice un residente, quasi rassegnato: “Inoltre, col fatto che bruciano la spazzatura, d’estate mettono a repentaglio la loro e la nostra sicurezza in quanto spesso divampano incendi difficilmente domabili”. L’ultimo incendio in ordine di tempo, infatti, risale all’agosto scorso e con l’estate ormai imminente il problema si reitererà, se non si attua un piano di prevenzione.

20170522_183759Proseguiamo ancora, sempre costeggiando la baraccopoli e arriviamo presso il centro sportivo Augustea, che guarda alle spalle, a pochissimi metri, l’enorme buca che ospita il campo. Rocco Patruno, da tre anni gestore del centro polisportivo, ci offre il suo punto di vista: “Faccio un esposto al mese sia al VI Municipio che alle forze dell’ordine, ma evidentemente non serve a nulla. Subisco, oltre al danno di immagine, un numero di furti incredibile. Ho infatti da poco montato un impianto d’allarme maggiormente sofisticato perché la sera mi entravano sempre qua dentro (i rom, ndr)”. Ci dice di aver anche assistito, alcuni anni fa ad uno sgombero ma che: “dopo lo sgombero si sono reinsediati la sera stessa. Inoltre tutte le sere c’è un rogo, non ci sentiamo affatto tutelati né noi come associazione né il quartiere. Non c’è la volontà politica di risolvere il problema”.

Abbiamo quindi contattato Bruno Di Venuta del Comitato di Quartiere TorreTorre spaccata striscione Spaccata per cercare di comprendere meglio quale sia lo stato dell’arte su tutta la faccenda: “Negli ultimi quattro anni abbiamo fatto molte iniziative per cercare di segnalare la condizione di invivibilità che subisce il quartiere; dalle raccolte firme agli esposti presso il VI Municipio, oltre che dalla attività quotidiana di denuncia del CdQ mediante la mole di materiale fotografico e video che pubblichiamo”. Ma è sui roghi tossici, ovviamente, che i cittadini di Torre Spaccata lamentano potenziali danni alla salute: “I roghi tossici ci tormentano soprattutto nel periodo invernale, quando si verificano anche tutti i giorni, anche nelle ore notturne” ci dice Di Venuta, sottolineando che: “succede che dei furgoni accostano in prossimità dell’entrata del campo e scaricano moltissimo materiale edilizio che subito dopo viene dato alle fiamme. Non solo: abbiamo anche appurato che spesso vengono portate nella baraccopoli altre persone con un furgone rosso. Il sospetto è che gli spazi di tutta questa area vengano dai rom, o da chi per loro, ceduti ad altri indigenti in cambio di denaro”.

Bruno di Venuta

Bruno Di Venuta

Insomma uno scenario piuttosto inquietante che, fondato o meno, ci dice comunque che il VI Municipio tende come minimo a sottovalutare e minimizzare le criticità di questa parte del territorio. E ciò considerando sia il punto di vista dei cittadini di Torre Spaccata, che quello delle famiglie rom indigenti costrette a vivere nelle condizioni che abbiamo appurato.

 

Lui è Kevin, uno dei richiedenti asilo che in questi giorni stanno ripulendo le strade di Centocelle

I residenti: “Sono eccezionali. Sono loro che ci aiutano a casa nostra”.
Ma il passato di questi ragazzi è fatto di atroci sofferenze, e l’ipotesi del racket fa paura.

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Kevin, 25 anni, richiedente asilo nigeriano

In questi giorni a Centocelle in molti si saranno accorti dei ragazzi africani che stanno ripulendo le strade del quartiere in cambio di qualche spicciolo. Sono dei richiedenti asilo nigeriani che sono scappati dalla guerra e dalla povertà e, pare per una loro libera iniziativa, stanno prestando volontariamente la loro opera armati di ramazza e paletta al fine di inserirsi nel nostro Paese.
E difficilmente passano inosservati anche in ragione del fatto che si stanno sostituendo ad Ama e Servizio Giardini contribuendo a risolvere una delle principali criticità romane: pulizia e decoro.

Sono eccezionali, uno schiaffo a tutti quelli che pensano che questi poveretti vadano aiutati a casa loro. Per il momento ci stanno aiutando loro a casa nostra”, ci dice una residente titolare di un bar in via delle Palme. E in effetti, contrariamente alle molte voci che sostengono che facciano solo finta di pulire, dopo averli tenuti d’occhio per qualche giorno dobbiamo ammettere che su via dei Castani, via dei Gelsi e via delle Palme i risultati si vedono.

Iniziano la mattina intorno alle nove e se ne vanno a tardo pomeriggio alle 18 circa;Cartello agli angoli dei marciapiedi lasciano delle ciotole per le offerte e dei cartelli: “Gentili signore e signori, desidero integrarmi nella vostra città senza chiedere l’elemosina” si legge, e sottolineano: “da oggi terrò pulite le vostre strade. Chiedo soltanto un contributo di 50 centesimi per il mio lavoro. Buste, scope, palette e altro materiale per la pulizia sono bene accetti”.

Con una pazienza certosina, spazzano, raccolgono i rifiuti che i molti maleducati gettano a terra ed eliminano gli arbusti che crescono sui cigli delle strade sotto il sole cocente di questi giorni. “Se veramente si danno da fare ben vengano”, ci dice un passante, mentre in un noto pub di via dei Castani ci raccontano che: “Sono arrivati qualche giorno fa e ci hanno chiesto se potessimo prestare loro delle scope. Ci siamo stupiti ma gliele abbiamo date. Da allora siamo ben felici di dare loro anche qualcosa da mangiare intorno all’ora di pranzo. Sono dei ragazzi molto umili ed educati”.

Ma qualcuno storce il naso: “Non è possibile che abbiano scritto loro quei cartelli, in un perfetto italiano. Di sicuro c’è dietro qualche associazione che li sfrutta”, ci spiega un residente di via dei Castani.

Al di là dei cartelli succitati, riteniamo comunque che l’ipotesi che questi ragazzi siano in realtà sfruttati da qualche associazione dedita al racket, costituisca uno scenario possibile. E’ per questo che li abbiamo avvicinati per conoscerli meglio e cercare di capire la natura del fenomeno.

Alla fine vinciamo la diffidenza di Kevin, 25 anni, stanco e sudatissimo, e forse anche per questo quattro chiacchiere con noi se le fa volentieri: “Sono scappato dalla Nigeria, il mio paese, a causa delle violenze perpetrate su di me e sulla mia famiglia da Boko Haram”, ci spiega in inglese in quanto ancora non conosce la nostra lingua: “Ma Boko Haram non è l’unico gruppo di fanatici in Nigeria” tiene a sottolineare.

E’ molto timido e forse un po’ impaurito dalle nostre domande, infatti quando gli chiediamo dove stia dormendo la notte dice confusamente che: “Vivo in un campo lungo la via Aurelia” senza aggiungere altri dettagli. E aggiunge: “Non ci sono associazioni o persone che mi obbligano a pulire le strade, è una nostra libera iniziativa, penso anche che sia giusto farlo per dimostrare alle persone che non siamo un pericolo e desideriamo veramente integrarci”.

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Un altro dei richiedenti asilo nigeriani che in questi giorni sta ripulendo le strade del quartiere

Kevin però diventa molto più preciso quando parla di ciò che ha passato per arrivare in Italia: “Sono scappato passando per il Niger per poi arrivare in Libia. Quel viaggio è stato terribile; per venti giorni l’abbiamo fatto a piedi, l’ultimo tratto prima del confine con la Libia, invece, sul cassone di un camion. Eravamo più di quaranta persone su quel camion. In Libia, poi, per nove mesi ho svolto qualunque tipo di lavoro per avere la possibilità di imbarcarmi per l’Europa. La maggior parte del tempo lavavo automobili; prendevo duecento euro al mese. Quasi tutto il mio guadagno, l’ho dato poi a chi mi ha fatto imbarcare”.

Avremmo voluto sapere molto di più su quel viaggio e, soprattutto, sulla ipotesi, per ora infondata, che ragazzi come Kevin siano sfruttati dalle mafie locali. Ma per il momento ci limitiamo a registrare questi dati continuando nel contempo ad osservare un fenomeno molto apprezzato dai cittadini del territorio.